La violenza contro le donne. Un indicatore della persistenza delle disuguaglianze di genere. Incontro con la sociologa Chiara Saraceno

Chiara Saraceno è una dei più importanti e riconosciuti esponenti della Sociologia Italiana che da lungo tempo si occupa di tematiche legate al cambiamento sociale e allo sviluppo demografico, è intervenuta lo scorso 10 febbraio nell’ambito del Seminario “La violenza contro le donne: un problema di civiltà”- promosso dal dipartimento di Filosofia e Comunicazione, dal Comune di Bologna e dal Comitato unico di garanzia per le pari opportunità dell’ Università di Bologna, che si è tenuto nell’aula III di via Zamboni 38. 

 

Da un lato, seduta alla cattedra con un fare gentile e sorridente, c’è lei che per noi -redattrici Compass, con una precedente laurea in Sociologia- rappresenta uno di quei maestri che si crede possano esistere solo nei libri: un nome in copertina, una biografia sulla quarta e un titolo su qualche pagina di giornale.  Dall’altro, un pubblico che ascolta con ammirazione ed elargisce generosi applausi.

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L’intervento si apre con un breve cenno agli avvenimenti di Colonia della notte di Capodanno e ad una serie di fatti di attualità riguardanti il nostro paese con l’obiettivo di inquadrare il fenomeno e dargli una dimensione geografica. “L’idea di base è che ci sia un problema nei modelli di genere; il contesto italiano è perfettamente in linea con quanto accade in quei paesi europei-occidentali, sviluppati e democratici che si autoproclamano civili”.

Paesi come il nostro in cui il principio dell’uguaglianza uomo-donna è riconosciuto dalla società come fondamentale ma che non sembra essere stato ancora assimilato. La Saraceno chiarisce come da piccoli spaccati di vita quotidiana si possa comprendere tutto ciò: “quando da piccola mi recavo dal calzolaio, provavo un certo disagio nel leggere un cartello su cui vi era inciso un vecchio proverbio cinese che recitava: questa sera quando torni a casa, picchia tua moglie; il perché tu non lo sai ma lei si” […] in quella stessa Milano in cui ho capito di essere diventata vecchia quando hanno smesso di darmi un prezzo in Piazza del Duomo”.

Tutti questi episodi rivelano come una donna si possa sentire insicura e possa provare disagio nello stare al mondo al punto di credere che in quanto donna non debba trovarsi in un determinato luogo, vestita in una determinata maniera. Le forme di violenza sono diverse: vanno dal continuo insulto alla squalificazione verbale, dalle molestie fino ai casi più estremi di stupri e omicidi; è come se ci fosse un range che poggia su uno stereotipo sedimentatosi nella coscienza dell’uomo secondo cui egli- in quanto uomo- ha diritto di farlo perché ha davanti a sé una donna, la sua donna e proprio per questo viene sistematicamente “condonato”. La maggioranza delle violenze si verifica all’interno del proprio ambito familiare, nella propria cerchia amicale, ovvero il contesto più prossimo alla donna. Fattore  che paradossalmente ha trasformato la casa, nel luogo meno sicuro e protetto.

Puntando la lente sul contesto italiano, appare evidente come la violenza contro le donne sia diventato un fenomeno trasversale alle classi sociali. I dati statistici diffusi dall’Istat con riferimento all’anno 2014, sembrano confermare la tesi secondo cui le donne maggiormente istruite o con una migliore posizione sociale tendono ad essere ancora più in pericolo poiché questo status della donna può scatenare in alcuni uomini forme di aggressività dettate dalla smentita dello stereotipo, mettendo quindi in crisi “l’ovvia superiorità maschile creata per volere di Dio”. Non è dunque solo un problema di educazione o formazione. “Le cause all’origine di questo fenomeno non vanno rintracciate nella genetica”- la Saraceno rifiuta fortemente questa spiegazione sostenendo che – “se anche fossero quelle a determinarla in quanto esseri umani evoluti dovremmo essere in grado di reprimere queste derive genetiche. Sicuramente chi in passato è stato vittima di violenza ha una predisposizione verso un modello di genere che può spingere o a diventare aggressore o a subire atti di violenza, tuttavia una delle variabili indipendenti rimane la cultura”.I modelli culturali proposti nella nostra società risentono fortemente delle influenze esercitate dalle religioni monoteiste; è evidente che oggi non possa più esistere il “debito coniugale” tanto invocato e difeso dalla Sacra Romana Chiesa e il modello da essa propugnato che spesso -proprio in virtù di questi principi- porta le vittime a subire violenze e fa in modo che ad esse non venga offerto il giusto supporto.

Il filo conduttore che tiene assieme le parti in cui si articola quest’intervento, vede da un lato la teoria del genere e dall’altro la violenza di genere. “E’ un modello asimmetrico e rigido della mascolinità che veicola questa educazione all’aggressività e che non consente alle donne di reagire”. Le cause del fenomeno non sono dunque da rinvenirsi nella natura bensì nel sistema culturale. “Vivevo a Berlino, quando qualche anno fa venne lanciata una campagna pubblicitaria di una nota compagnia telefonica italiana e rimasi sorpresa nel notare le evidenti differenze nelle strategie di comunicazione adottate: la campagna realizzata in Italia aveva connotati fortemente sessisti rispetto a quella tedesca […] nel nostro paese avvenimenti di questo tipo non fanno fatica ad attecchire nell’opinione pubblica poiché fanno presa su un determinato substrato culturale. Ci si dovrebbe render conto che tutto ciò alimenta ancor di più la creazione di stereotipi di genere, è quindi necessario lavorare anche su tutti gli aspetti legati alla comunicazione che potrebbero apparire secondari.

L’Italia appare un caso isolato nel contesto europeo poiché si avverte ancora molta rigidità e gli stereotipi di genere sono ancora molto ben radicati. Una visione fondamentalista della teoria del genere non aiuta a svincolarsi da questi stereotipi. “Tale teoria è stata travisata nella sua essenza; essa non afferma che ci si possa scegliere il sesso o il genere; disarticolare l’appartenenza sessuale da quella di genere, significa alimentare le paure collettive e scatenare il disordine. Non è nella direzione di una desessualizzazione forzata che occorre procedere”.

Oggi più che mai, occorre rendere più fluidi e malleabili e quindi meno rigidi i ruoli di genere nell’ottica della mescolanza e non della contrapposizione.Come sostengono Martha Nussbaum e Francesco Remotti “non c’è nulla di oggettivo e naturale nella tradizione, anche se di millenaria memoria; occorre rimettere queste tradizioni nel circolo dell’evoluzione, rinegoziarle e lasciare che i processi culturali facciano il proprio corso”.

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Al termine dell’incontro abbiamo intervistato la Prof.ssa Saraceno, chiedendole un’opinione su un recente avvenimento che ha scosso l’opinione Pubblica. Riportiamo qui di seguito un breve estratto.

“Prof.ssa Saraceno, cosa ne pensa dello spazio offerto dai mezzi di comunicazione di massa a coloro che hanno commesso atti di violenza contro le donne? In particolare, mi riferisco alla vicenda della giornalista Franca Leosini che nel suo programma di Rai3 -Storie Maledette, ha intervistato Luca Varani, l’aggressore dell’avvocato Lucia Annibali.”

“Ritengo che non sia giusto che i mass-media diano spazio a persone che si sono macchiate di questi reati per diversi motivi e credo che sia stato più che opportuno convocare un’interrogazione parlamentare in merito. Innanzitutto non penso che queste interviste aiutino ad avere una visione più completa dell’ accaduto, soprattutto per la mancanza di adeguato contraddittorio. Inoltre non serve a nulla chiarire cosa sia potuto passare per la mente dell’aggressore, anzi questo può solo alimentare la spirale di violenza e il reiterarsi di questi avvenimenti drammatici. Senza sottovalutare le conseguenze che tutto ciò può avere nella mente di un ipotetico aggressore che è quindi portato a legittimare le proprie intenzioni. Soprattutto se si fa riferimento ad un caso del genere in cui l’aggressore è un avvocato, professionista stimato e con una buona posizione sociale”.

Simona Patanè

Francesca Conte

Leggi la versione in inglese/ Read in English: Violence against women

 

3 pensieri su “La violenza contro le donne. Un indicatore della persistenza delle disuguaglianze di genere. Incontro con la sociologa Chiara Saraceno

  1. Pingback: Violence against women. A marker of gender inequalities’ persistence. Meeting with the sociologist Chiara Saraceno | CompassUnibo Blog

  2. Pingback: Incontro con la Flavia Laviosa del Wellesley College. Il femminicidio e le rappresentazioni della violenza contro le donne nei mezzi di comunicazione di massa | CompassUnibo Blog

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