Il futuro del giornalismo: Personal Media e nuovi modelli di business

L’ho letto sul giornale”, “L’ha detto la televisione”…quante volte oggigiorno sentiamo pronunciare queste frasi? Molto poche, per la verità. Vuol dire che il giornalismo sta scomparendo? Abbiamo provato a dare una risposta partecipando all’incontro “La rivoluzione digitale: Internet e l’informazione online” organizzata dalla Fondazione Stensen di Firenze all’interno del ciclo di incontri “BIT- CHIP- WEB”.

Intorno a questo tema – la paventata morte del giornalismo per mano della rivoluzione digitale – hanno discusso due personalità di spicco del giornalismo italiano contemporaneo.

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[Credits: fondazione.corriere.it e oggiscienza.it]

Marco Pratellesi è attualmente responsabile del sito di L’Espresso, uno dei primi esploratori, come si definisce lui nel suo libro New Journalism (Mondadori, 2013), del giornalismo online. Basti pensare che già nel 1997, a pochi anni di distanza quindi dalla nascita del web, Pratellesi stava dando vita al giornale online del Gruppo Poligrafici, quello del Resto del Carlino, la Nazione e il Giorno per intenderci. Insomma un precursore che avrà molto da spiegarci e lo farà con coinvolgente chiarezza, forse abituato data la sua seconda veste di professore alla Scuola di giornalismo “Walter Tobagi” di Milano.

Luca De Biase, direttore e fondatore di Nova24 nonché redattore del Sole 24 ore. Piccola postilla per tutti gli appassionati di innovazione: non perdetevi Nova24 tutte le domeniche in edicola con il Sole 24 Ore, non fa male comprare dell’informazione di livello sotto forma cartacea, addirittura rosa salmone, e non ve ne pentirete, ogni volta troverete qualcosa di molto interessante in questo “breviario dell’innovazione in Italia”, come lo definisce De Biase. Il suo curriculim pubblicato sul suo blog spaventa in quanto ammirazione. Tra tutte le informazioni, leggo che è docente al master di Comunicazione della Scienza all’Università di Padova e del master Big Data all’università di Pisa. Durante l’incontro allo Stensen scopro inoltre che è stato membro della Commissione di studio per la redazione della Dichiarazione dei Diritti in Internet, approvata il 3 novembre 2015 dalla Camera dei Deputati.

Ma torniamo allo stimolante incontro “Internet e l’informazione online”. In che modo l’avvento del web ha inciso sulla salute della stampa? Semplice, sulla pubblicità, che fino a 20 anni fa pesava circa l’80% dei guadagni di un giornale. Questo meccanismo ha iniziato a non funzionare più proprio con il web. Gli inserzionisti hanno cominciato a domandarsi: perché devo spendere milioni di lire per una pubblicità su un giornale cartaceo se posso spendere molto meno facendola sul web e avendo la certezza che il messaggio arrivi al mio pubblico di riferimento?

Oltre alla non sostenibilità dei costi di produzione di un giornale e quindi a un modello di business che non poteva più essere applicato con l’entrata in campo di questo nuovo player fondamentale, il web appunto, anche le vecchie regole del fare giornalismo erano entrate in crisi.

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[Credits: Getty Images]

Pratellesi cita il Sex Gate del 1998, lo scandalo Clinton-Lewinsky, un fatto mediatico che assunse in breve tempo rilevanza mondiale. Partiamo dall’assunto che la velocità con cui vengono diffuse le informazioni impone alle testate online l’assillante copertura delle notizie. Non è più importante parlarne sulla prima pagina il giorno dopo l’avvenimento, ma diventa fondamentale farlo prima di tutti gli altri, pena la perdita di lettori e di click. Fu così, racconta Pratellesi, che testate autorevoli iniziarono a scrivere di tutto sulla vicenda, finendo per prendere buchi pazzeschi. Qualsiasi indizio doveva essere raccontato per non essere bruciati dagli altri competitor e voci di corridoio vennero riportate come notizie certe, bypassando un’accurata ricerca delle fonti. Fu in questo frangente che si capì che, oltre al vecchio modello di business, anche le vecchie regole del giornalismo non erano più applicabili. Il problema fu che al tempo stesso non ne vennero codificate di nuove. Quindi, come mantenere l’autorevolezza del giornalismo?

Poi l’arrivo dei social network: 2004 Facebook, 2005 Youtube, 2006 Twitter. Nuovi attori che introducono un cambiamento nel modo di comunicare. Tutta la società cambia se cambia il modo di comunicare.

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Dimenticatevi i mass media, non esistono più, al loro posto ci sono i personal media che cambiano la dieta mediatica. Pensateci, se prima ci regolavamo con l’orario del tg per informarci sui fatti del giorno e compravamo il giornale locale per avere notizie più approfondite sulla squadra della propria città, adesso invece possiamo riguardare il tg on demand e possiamo reperire siti e blog specializzati sulla propria squadra del cuore, il tutto dove e quando vogliamo. Alla luce di questi banali ma efficaci esempi, siamo ancora sicuri che i personal media hanno ucciso il giornalismo e ci rendono meno informati? No, possiamo vivere senza tv e senza comprare il giornale ma allo stesso tempo leggiamo più di prima scegliendo quello che ci interessa di più, potendo inoltre spaziare geograficamente per reperire le informazioni.

Il giornalismo non morirà (come forse faranno i giornali di carta), ma certamente sono cambiati i modelli di business che lo sorreggono e la distribuzione delle notizie. Prendendo ad esempio L’Espresso, Pratellesi ci fa sapere che il 50% dei lettori arriva all’homepage tramite i social network ed è una quota rilevante che l’editore non controlla economicamente.

Oggi esistono tanti modelli di business che possono sostenere il giornalismo. Innanzitutto nascono testate esclusivamente online, come l’Huffington Post, che intraprendono una strada difficile, perché la pubblicità vale solo per i grandi numeri e solo se hai una grande visibilità riesci a sopravvivere. Un modello coraggioso che si sta rivelando vincente è quello adottato dal De Correspondent (Olanda), un sito interamente a pagamento, indipendente, senza pubblicità e in attivo (!).

Ci sono anche la vie di mezzo, alcune testate online propongono contenuti gratuiti e altri (film, approfondimenti, inchieste) a pagamento: tutto si gioca sulla qualità dell’offerta.

Facebook dal canto suo non finisce mai di sperimentare e inizia a mettere piede nella distribuzione di contenuti giornalistici con Instant Articles. L’arma in mano che decreterà il risultato della battaglia (oppure l’ha già decretato?) tra il colosso firmato Zuckerberg e l’editoria classica è la profilazione dell’audience. 

Come si vede dal video, gli editori utilizzeranno Facebook e il suo altissimo potere di profilazione per distribuire i propri contenuti, aumentando così la probabilità della lettura del proprio contenuto. È il modello della pubblicità online trasportato sulle piattaforme social che detengono dati preziosissimi sui nostri interessi e le nostre passioni.

“C’è un’evidente crisi del sistema industriale dell’informazione ma c’è una prospettiva positiva: non abbiamo avuto così tanto giornalismo come oggi” – questa la conclusione di Marco Pratellesi sul futuro del giornalismo. Il piano della discussione non dovrà più riguardare la crisi del giornalismo quanto piuttosto l’individuazione di nuovi modelli di business per il giornalismo.

In un secondo post approfondiremo i temi di cui ci ha parlato Luca De Biase. Vi lascio una sola anticipazione: avete mai sospettato di aver letto un articolo scritto da un software?

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