“Però mi vuole bene”. La violenza di genere attraverso il racconto

Nella giornata nazionale contra la violenza sulle donne, come ogni anno, in tutte le città d’Italia ci sono stati eventi e manifestazioni sul tema. A Bologna, ho partecipato all’iniziativa “… È violenza”, che si è tenuta presso la libreria “Delle Donne”,  in cui è intervenuta Mirna Boncina dell’ “Associazione SOS Donna”.

scarpe_rosse_contro_violenza_donneLa violenza, purtroppo, è un fenomeno che non discrimina nessuno e coinvolge tutto il mondo femminile. Fortunatamente in tante riescono a trovare la forza di denunciare uomini violenti e a raccontare la loro storia al mondo. Ed è anche partendo da questi racconti, da queste poche parole dette che si può cercare di diminuire il numero questi episodi e magari riuscire a dare coraggio ad altre donne che si trovano nella stessa condizione.

Prendendo spunto dalla letteratura, il racconto “è un componimento letterario di carattere narrativo, quasi sempre d’invenzione, distinto dalla fiaba perché tende a presentare i fatti come realmente avvenuti”. Questa è una delle tante definizioni che vengono date a questo termine,  che nella realtà simboleggia un momento di tranquillità e piacevolezza. A volte però, come abbiamo avuto modo di apprendere durante l’incontro, può prendere un’accezione negativa.
Racconti che hanno smosso la coscienza,  che hanno lasciato il segno non solo per chi le ha vissute, ma anche per chi le ha ascoltate. Ma sfortunatamente d’invenzione non hanno assolutamente nulla e ogni donna nel sentire determinate parole muore dentro, sperando che una cosa del genere non possa capitare mai a se stessa.

Sono state narrate storie di donne che hanno subito violenza sessuale, psicologica e fisica; di donne che ce l’hanno fatta e altre che purtroppo non sono riuscite a sfuggire a quell’uomo che diceva loro di amarle. Ed è proprio nella figura dell’uomo che troviamo la radice del problema. Solitamente all’inizio di una relazione questi si mostrano disponibili, gentili e pronti a donare tutto l’affetto che possono. Pian piano questo affetto diventa morbosità, possessione e infine violenza, sia verbale sia psicologica, esplicata con frasi come: “chi credi di essere senza di me?” “tu sei solo mia” “neanche tuo padre si riprenderebbe una figlia come te”. Tutte queste parole vengono immagazzinate, spesso anche con vergogna, ma nonostante tutto, molte donne continuano a dire: “Però mi vuole bene, lui mi ama in questo modo”.

Eppure siamo molto lontani da quell’arcaica famiglia patriarcale, dove l’uomo era colui che deteneva il potere economico e decisionale e dove la donna era considerata pari a zero. Se questa visione della famiglia ormai è scomparsa, perché esistono ancora uomini del genere? Perché noi donne dobbiamo avere paura di amare? La risposta forse si può trovare nella cultura?
Fermo restando che con il termine sesso si identifica la diversità genetica della donna e dell’uomo, è il termine genere che contraddistingue una costruzione sociale delle differenze tra maschile e femminile.

Una cultura in cui gli uomini vengono cresciuti con determinate caratteristiche quali: aggressività, virilità e potere contrariamente alla donna debole, timida e delicata. Si vengono a delineare stereotipi di genere che, nella maggior parte dei casi maturano insieme a l’individuo per tutta la vita. Non a caso nei racconti che si sono succeduti nell’incontro, si è parlato anche di quella che viene definita violenza assistita, ovvero quelle situazioni in cui i bambini già da piccoli hanno assistito a violenze in casa da parte dei loro genitori.
Nell’immediato, la violenza assistita può causare diverse manifestazioni di disagio come stress, depressione, difficoltà scolastiche, bassa autostima, svalutazione di sé, ma sul lungo periodo, aumenta il rischio della riproducibilità, ossia di sviluppare comportamenti violenti in età adulta da parte dell’uomo e di sottomissione da parte della donna.

Inoltre, è stato affermato più volte, anche da  Sandro Casanova dell’associazione “Maschile Plurale Bologna” , che gli uomini non sono abituati alla sconfitta e non amano perdere ciò che ritengono di loro possesso. Dovrebbe esserci, dunque una “ ridefinizione della cultura di genere” ed educare e essere educati al rapporto di coppia.
Un piccolo passo verso questo cambiamento, per iniziare, potrebbe essere la presenza degli uomini a questi incontri.  Difatti la maggioranza delle partecipanti è quasi sempre composta da donne e la presenza degli uomini è scarsissima. È necessario insistere sulla divulgazione di queste informazioni, su una continua sensibilizzazione, affinché la donna trovi la forza per non essere più schiava di un uomo che non la merita.
Bisogna dare il vero significato alle parole amore, possessione e sessualità.

Danila Bronico

 

 

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