Il ruolo della sostenibilità nella produzione di soia: problematiche e possibili soluzioni

Lo scorso 26 novembre, si è tenuto a Bologna un Workshop dedicato al tema della sostenibilità: focus dell’evento è stato il come utilizzare le certificazioni per influenzare il vantaggio competitivo delle imprese, soprattutto nel campo dell’alimentazione umana e animale.

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Il workshop sulla sostenibilità (Photo credits: Elena Paganini)

L’incontro ha visto come protagonisti il professor Cesare Zanasi (docente di comunicazione e politiche ambientali e di economia e gestione dell’impresa alimentare presso l’Università di Bologna), Dik Wolters (manager degli standard GMP + International), Eva Alessi (WWF Italia), Lieven Callewaert (rappresentante RTRS per l’UE), e Cristina Micheloni (rappresentante italiana della Danube Soy Association).


Che cosa sta succedendo al pianeta?

Ci troviamo in un’era di cambiamenti climatici, come il riscaldamento globale e l’acidificazione degli oceani, con conseguenti perdite nella biodiversità. Un altro problema è la sovrappopolazione: le proiezioni indicano che entro il 2050 raggiungeremo i 9 miliardi, e questo comporterà un incremento della domanda nei confronti di una dieta più variegata, spingendo verso un’agricoltura intensiva e con conseguente aumento della deforestazione; siamo infine in un’epoca che vede i cittadini consumare troppa energia e troppe calorie, con un incremento dei rifiuti alimentari.

Il primo intervento ha visto la partecipazione di Cesare Zanasi, che introduce la soia, legume largamente utilizzato per l’alimentazione umana e di allevamento, come uno degli elementi che stanno influenzando lo sviluppo economico e sociale di alcuni Paesi (come Brasile, Argentina, Uruguay) in relazione alle esportazioni: la soia ha quindi una valenza globale, su cui è necessario riflettere.

Con la crescita del fabbisogno legato a questo prodotto entra in gioco la sostenibilità, per la quale si sta realizzando un interesse crescente. Lo “sviluppo sostenibile” è stato definito nel tempo in vari modi, ma genericamente si intende la capacità della nostra specie di riuscire a vivere, in maniera dignitosa ed equa per tutti, senza distruggere i sistemi naturali da cui traiamo le risorse e senza oltrepassare le loro capacità di assorbire gli scarti e i rifiuti dovuti alle nostre attività produttive.

Il ruolo di governi, investitori, ong e media
L’attenzione nei confronti di questo tema parte dai governi: le strategie future europee per la sostenibilità alimentare, ad esempio, propongono come aree di azione una migliore conoscenza dell’impatto ambientale del cibo, la stimolazione di una produzione alimentare sostenibile e una promozione del consumo sostenibile, riducendo rifiuti e perdite alimentari.

Un’altra figura che ha un ruolo centrale nei confronti della sostenibilità sono gli investitori: le banche, le quali fissano dei criteri per accedere ai finanziamenti (come la preservazione di aree protette, la legalità, i diritti umani…) e le grandi aziende come Unilever o McDonald’s, che si stanno impegnando per ottenere le materie prime in maniera sostenibile.

Ancora, i media, la società civile e le ONG (organizzazioni non governative), con le loro campagne, influenzano la definizione degli standard e delle politiche di sostenibilità delle grandi imprese. Nascono così gli enti di certificazione, iniziative che coinvolgono le aziende nel conformarsi al rispetto di alcuni standard.

Quali limiti?
Ma vi sono aspetti che frenano la crescita delle certificazioni di soia sostenibile, come la domanda debole di soia certificata, la frammentazione di programmi di certificazione e il loro alto costo per piccoli e medi produttori. Le possibili soluzioni vedono l’uso di tecnologie di comunicazione per favorire il contatto tra agricoltori e stakeholder, un aumento della certificazione collettiva e dei servizi di assistenza tecnica, creando alleanze tra i diversi schemi di certificazione, una semplificazione delle procedure e un aumento del volume di prodotti certificati.

Serve infine un supporto da parte dell’amministrazione pubblica alla produzione e al commercio di soia, attraverso una politica europea che valorizzi e premi chi acquista o produce prodotti certificati sostenibili, evitando di creare disparità di competizione in termini di legislazione più stretta in alcuni paesi rispetto ad altri. Un supporto che passa anche attraverso l’informazione: c’è infatti ancora poca consapevolezza da parte dei consumatori e dei produttori, che vedono la sostenibilità solamente come un costo.

Rispetto alle organizzazioni non governative, l’intervento di Eva Alessi (responsabile del programma di sostenibilità del WWF Italia) ha introdotto la visione di questa organizzazione rispetto a un’importante commodity internazionale quale la soia.

L’impegno del WWF
Il WWF (World Wide Found For Nature) è un’associazione internazionale presente in 100 paesi nata nel 1961, e partecipe in Italia da 50 anni. Di solito il termine WWF viene associato alla conservazione della specie, ma quello di cui bisogna rendersi conto è che, se la sua mission prevede la conservazione della biodiversità e la riduzione dell’impatto sugli ecosistemi, allora bisogna interagire con l’industria e il mercato, cercando di portarlo verso la sostenibilità attraverso l’acquisizione di certificazioni.

Oltre alla sensibilizzazione dell’industria il WWF porta avanti una campagna nei confronti del consumatore. Quella della soia, infatti, è una questione meno conosciuta rispetto ad esempio all’olio di palma. Sono 61 i kg di soia consumati in media all’anno da ogni europeo, di cui il 93% è nascosto nei mangimi utilizzati nell’allevamento degli animali che compongono la nostra dieta come pollo e maiale. E più cresce la domanda di carne e, di conseguenza, di mangimi, più la produzione di questa leguminosa cresce in habitat particolarmente delicati.

La problematica principale rispetto alla soia è la deforestazione, il cui driver principale è l’agricoltura intensiva. Foreste e habitat preziosi, come il Cerrado o il Chaco, vengono devastati a discapito di specie presenti solo in quelle zone quali il formichiere gigante e il giaguaro. La deforestazione determina inoltre l’incremento di gas serra, l’uso di pesticidi, diserbanti e fertilizzanti che contaminano la catena alimentare globale e le falde idriche. Dal momento che la soia viene prodotta su larga scala, bisogna quindi intervenire sulle grandi aziende, poiché esse sono il problema, ma possono essere anche la soluzione.

A questo si aggiungono problematiche sociali, come l’acquisizione illegale di terre e i conflitti per il loro possesso, l’espulsione delle popolazioni locali, condizioni di lavoro difficili, e il danneggiamento della salute dell’uomo causato dai pesticidi.

Parlare di soia responsabile è quindi difficile, quando negli ultimi 50 anni si è visto un incremento di produzione, ed è previsto un ulteriore aumento per affrontare la domanda di cibo della crescente popolazione. Non c’è quindi una soluzione univoca e semplice per transitare verso un’industria della soia più responsabile.

L’adesione agli standard di enti di certificazione come RTRS (di cui WWF è partner) può essere una delle possibili soluzioni. Il WWF comunque consiglia alle aziende di calcolare l’utilizzo di soia tracciando la supply chain e valutandone la trasparenza, di cercare di arrivare a un target “100%” di soia certificata responsabile, prendere una posizione rispetto agli OGM-free e prestare attenzione alle certificazioni della soia prodotta a livello locale.

Le azioni della GMP
Per quanto riguarda gli enti di certificazione, il workshop ha visto la partecipazione di Dik Wolters, GMP + International. Di fronte ai cambiamenti climatici che stiamo fronteggiando, abbiamo dunque bisogno di produrre più cibo e di proteggere la biodiversità, tenendo conto di come stiamo sfruttando il nostro pianeta e di come stiamo perdendo le nostre risorse.

GMP (Good Manufacturing Practices) non definisce solo le condizioni relative agli impianti di produzione di mangime, ma anche quelle relative a conservazione, trasporto, tracciabilità, gestione del personale, procedure, documentazione, e un controllo del rischio che preveda la gestione di informazioni e di crisi.

La sua mission è di contribuire alla produzione di cibo sicuro: ciò avviene attraverso una coordinazione e una promozione uniforme che salvaguarda la sicurezza di tutta la catena mangimistica, e tramite la risposta ai desideri dei partecipanti in relazione alla consultazione degli stakeholders, in accordo con le esperienze e le più recenti scoperte scientifiche.

Il caso di RTRS
Un altro importante ente di certificazione è la RTRS (Round Table on Responsible Soy), illustrata da Lieven Callewaert. Si tratta di una piattaforma multi-stakeholder che promuove produzione, lavorazione e commercio responsabile di soia a livello globale. I suoi membri includono i componenti più rappresentativi della catena di valore della soia (produttori, osservatori, industria) e componenti della società civile mondiale. Si tratta di parti che vengono incluse nei gruppi di lavoro, che prendono decisioni basate sul consenso per migliorare continuamente la produzione di standard.

RTRS si rende conto che le aziende devono fronteggiare numerose sfide: incontrando la domanda di sostenibilità, è fondamentale tenere in considerazione delle linee guida per essere green, impegnandosi nella zero-deforestazione per sostenere un approvvigionamento strategico, trasparente e tracciabile delle materie prime. RTRS si propone come una “Soy-Lution” in quanto supporta gli aspetti sociali (sicurezza, pagamenti dei proprietari terrieri), incrementa le pratiche agricole dei produttori e contribuisce alla preservazione delle foreste. Tutto questo con effetti positivi rispetto alla brand reputation (evita infatti che le industrie vengano associate alla deforestazione) e rispetto allo sviluppo economico (aumentando l’efficienza della produzione di soia).

La sostenibilità secondo la Danube Soya
L’evento si è concluso con la partecipazione di Cristina Micheloni, membro scientifico del board della Danube Soya. Si tratta di un’associazione non-profit fondata nel 2012 a Vienna, avente sedi operative in Romania, Serbia, Croazia, Svizzera, Germania e Italia. I soci sono enti privati e pubblici della zona del Danubio che comprendono supermercati, regioni, produttori di mangimi, allevatori, agricoltori e ONG. La sua vision è quella di rendere agricoltura e allevamento europei più sostenibili grazie anche alla coltivazione locale e responsabile di soia. Ci si accorge infatti che nei nostri Paesi c’è ampio spazio di miglioramento in termini di produttività e redditività, nonché di minore impatto ambientale.

Per raggiungere questi obiettivi di sostenibilità Danube Soya investe in ricerca e dimostrazioni a livello locale, promuovendo il rapporto tra Europa dell’Est e dell’Ovest lungo il bacino danubiano; incoraggia inoltre la costruzione di filiere locali che valorizzino la soia coltivata e utilizzata nella stessa regione, cercando un supporto politico che possa facilitare la realizzazione di questi propositi.

La sostenibilità per Danube Soya significa un uso responsabile degli input chimici, una razionalizzazione dell’uso dell’acqua, una tracciabilità lungo tutta la filiera di produzione e di utilizzo, l’uso di terreni in coltivazione da almeno dieci anni, il rispetto di standard sul lavoro e l’abbinamento al marchio OGM free.

Per concludere…
In conclusione, emerge il bisogno di una strategia integrata internazionale, che può essere ottenuta attraverso alleanze e con il miglioramento della comunicazione. La politica globale non deve creare disparità, ma piuttosto condizioni di uguaglianza competitiva attraverso legislazioni inserite in un quadro globale di cooperazione.

L’intervento può partire dalle grandi aziende attraverso le certificazioni, perché esse sono sì il problema, ma possono essere anche la soluzione. Resta comunque la necessità di avere maggiori informazioni su questi temi, perché c’è ancora poca consapevolezza da parte dei vari stakeholder. Infine, occorre stimolare un maggiore dialogo tra produttori, investitori, consumatori, enti pubblici, governi e enti di certificazione, perché è da questa sinergia che i produttori potranno avere stimoli di sostegno a una produzione equilibrata, sostenibile e che porterà alla sopravvivenza delle specie.

 Elena Paganini

Per approfondire…

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