Malinconia post Erasmus: nemico inevitabile

Tutti quanti si saranno chiesti al ritorno dall’Erasmus da cosa dipenda quel senso di sconforto permanente, quel senso di apatia, che forse, in questo caso, diventa sinonimo di nostalgia. Sentimenti che io definirei legati a una forma di depressione post Erasmus, quella che in qualche modo ti tiene ancora legato, stretto, a quel vissuto “abroad” che non riesci proprio a dimenticare.

I ricordi che ti vedono partire con una valigia piena di sogni, voglia di conoscere persone nuove, domande sul come sarà la tua coinquilina francese, o quella tedesca, o il tuo flatmate portoghese, il peso del valore di una nuova esperienza che in qualsiasi caso ti porterà a cambiare ogni singola parte di te e senza che tu abbia il tempo per accorgertene, senza che tu lo chieda, senza che tu possa arrestare il dinamismo di questo cambiamento.

Vivere in un altro paese pur vivendo in un unico continente, quello di cui “si deve parlare”, ti aiuta a crescere, a improvvisarti sotto tanti punti di vista quelli che specialmente ti mettono in difficoltà.

Come si fa a spiegare cosa può rappresentare l’Erasmus?
Molti ti chiedono cosa hai fatto in Erasmus? Quante volte hai preso una sbronza o quanti mesi di vacanza hai fatto, altri ti chiedono quanti posti hai visitato:  troppe domande, troppe poche risposte specialmente per chi pensa che l’Erasmus sia una vacanza fatta solo di festini birra e noccioline.

Perché sei mesi, o nove o poco più, non li puoi spiegare solo con aggettivi come bello, fantastico, divertente, emozionante, una cosa da fare prima di morire.
Parti con la voglia di scoprire tutto e con la paura di non riuscire a fare tutto quello che avevi programmato.
Parti magari non conoscendo cosa significhi essere lontano per tanto tempo dalla tua famiglia, i tuoi amici, la tua cultura, il tuo Paese.

Poi c’è l’Università, gli odori diversi che inondano le strade, il parlare dei passanti che ti ricorda che quello non è il tuo Paese, perché non parlano la tua lingua, perché quelle strade hanno un odore diverso e perché i bar di mattina non hanno il profumo del caffè italiano e tutto questo piano piano inizia a metterti davanti al “go back day”, il tuo ultimo giorno quando ti accorgerai che anche le cose che non avevi apprezzato diventeranno dolcemente attraenti e ti mancheranno anch’esse.

Ma tu in Erasmus vivi, ti senti vivo, non ci pensi, vivi tutto quello che ti circonda perché non pensi al domani ma sai che prima o poi deve finire.
Il confrontarti con altre persone dalla cultura diversa, con diversi modi di pensare, dialogare in un’altra lingua, ti aiuta ad aprirti la mente, ti apre all’altro, al diverso, a qualcosa che in ogni modo ti arricchisce.

La possibilità che hai quando sei con persone diverse in un altro Paese è anche quella di scoprire una te che non conoscevi o forse perché, quando nessuno ti conosce, puoi essere quel che decidi di essere e presentarti nella forma per te migliore.
La bellezza del sentirti veramente diverso ti accompagna per tutto il soggiorno, la bellezza di portare qualcosa di tuo dal tuo paese in tutto quello che fai, che dici, e a volte, che compri.

Il bello di trovare affascinante tutto ciò che non ti appartiene e non può appartenerti. Il bello di non parlare nella tua lingua e aver paura di essere fraintesa: è una paura bellissima, sì, perché vorresti anche spiegarti e rispiegarti e poi cercare altre parole e non stancarti e continuare a fare l’ennesima cosa che non potresti fare nel tuo paese, che non potresti fare con i tuoi connazionali.

Per dirla con Christopher Allanic, l’Erasmus è come un rito di passaggio, passaggio alla vita adulta.

Sembra anche che lo studente Erasmus sia molto simile al profilo cercato dal datore di lavoro. Secondo uno studio della Commissione, infatti, la disoccupazione degli ex Erasmus è inferiore del 23% rispetto agli altri che non sono partiti per studiare in un altro pese.

E poi la magia finisce…
L’Erasmus ti cambia…e solo quando torni alla “normalità” capisci in che modo.
Soffri non capendo bene neanche il perché lo stia facendo così tanto, quando tutto ti sembra uguale a prima ma dentro te tutto è cambiato.
Quando torni a casa, quella vera, e tutto è come prima e i tuoi occhi, “diversi”, fanno fatica a trovare la bellezza perché ancora colmi di commozione per aver lasciato quel Paese bello che ti ha ospitato, per quell’addio con quell’amica che adesso è lontana, per quell’abbraccio forte in aeroporto, sulla soglia della porta di casa prima di partire, per quelle ore a parlare di come siamo diversi e di come la pizza più buona sia italiana, la birra più venduta, olandese,  la lingua più raffinata, francese, il football player più bravo, portoghese.

Tutti viviamo una depressione post Erasmus quindi, non sentirti solo. Prima o poi dobbiamo riprenderci, magari con un Erasmus Placement l’anno successivo, no?

A te, studente erasmus depresso come me, voglio regalare una “perla”:
Non dominerai mai la montagna, ma durante la scalata imparerai a dominare te stesso”. (J. Whittaker)

Antonella Totaro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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