Sfera pubblica e info-mediazione

di Pina Lalli* 

Un’espressione che appare criptica: info-mediatori. Di cosa si tratta?

Nel 1981 in un convegno a Dublino Valaskakis propone il concetto di informediation: sottolinea la funzione mediatrice delle nuove tecnologie nella vita quotidiana. La nozione verrà ripresa nel decennio successivo collegandola all’economia di internet e poi utilizzata in svariati campi incluso il marketing.

Oggi alcuni studiosi di media come ad esempio MiègeRebillard o Smyrnaios utilizzano il termine per identificare nel mare magnum del web nuovi, specifici soggetti il cui ruolo può avere implicazioni rilevanti per la sfera pubblica dell’informazione. Soggetti la cui statura di giganti ha volti svariati, grazie anche a strumenti sempre più complessi. La loro mission dichiarata: fornire al cittadino internauta preziose bussole di orientamento.

Qualche esempio? Google, Amazon, Facebook, Twitter. Ma potremmo proseguire…

In cosa consisterebbe il loro ruolo nell’influenzare la maniera in cui le informazioni “circolano” e hanno maggiore o minore probabilità di arrivare a noi, con forza tale da trasformarsi in significati utili per la nostra opinione o persino il nostro agire?

Ci si dice da più parti che saremmo “sommersi” da un sovraccarico di informazioni on line, che renderebbe difficile la selezione di quelle degne di fiducia e dotate di un senso utile per noi. L’anonimato o la lontananza delle fonti da cui provengono o renderebbero ancor meno agevole la consapevolezza della scelta. Tanto più che la concorrenza tra le varie fonti è elevata, il che le spinge ad continuo sforzo competitivo per accaparrarsi la nostra attenzione.

Ecco allora in soccorso le “reti” in cui ci riuniamo navigando nell’oceano sconfinato del web. Reti social, come Facebook, che ci permettono di raggrupparci in comunità più o meno grandi attraverso le quali filtrano informazioni che riteniamo orientate dai nostri “amici”. Oppure aggregatori di notizie o servizi, e motori di ricerca.

L’info-mediazione è guidata dunque da talune nicchie e bolle ai cui interessi ci affidiamo, a loro volta organizzate da regole e procedure non sempre evidenti. Con algoritmi che sfuggono al nostro controllo e che includono centinaia di variabili che dovrebbero rappresentarci, Facebook – ad esempio – registra le nostre preferenze, i nostri contenuti di presunto interesse, le nostre relazioni. Nello stesso tempo ci offre servizi di aggiornamento wall, pubblicità ed informazione profilati su di noi, oltre a vendere le nostre “profilazioni” a chi voglia adottare un marketing tailored, vale a dire ritagliato su misura, personalizzato. Analogamente sembra proceda Google, che registra quel che facciamo col suo motore di ricerca o navigando in uno dei suoi vari servizi; può così accadere che persino Google news ci fornisca un’agenda di notizie orientata su quello che potenti algoritmi hanno calcolato per noi.

Anche sulla piattaforma che stiamo utilizzando, LinkedIn ci offre grandissime opportunità di rete e informazioni, e al tempo stesso orienta – ad esempio – le proposte di selezione di nuove relazioni o di nuovi gruppi, o spinge verso contenuti di tendenza che sono stati rilevati o hanno retribuito apposite sponsorizzazioni.

Straordinaria ambivalenza che i nuovi volti dei giganti del web rendono flessibile e mutevole, attenti alla più piccola variazione, alle mosse di altri competitors, alle innovazioni tecnologiche di sviluppatori creativi.

Nulla di nuovo sotto il sole, da un certo punto di vista: potenti influencers giocano con i pubblici per attirare attenzione e spingerli a comportamenti vantaggiosi, rendendo la procedura accettabile e giustificabile. Anzi, oggi senza dubbio ci sono opportunità maggiori di accesso e condivisione di conoscenze e informazioni; a fronte di “costi” che tutto sommato sembrano aperti a forme ampie di inclusione sociale – visto che spesso non li paghiamo in denaro sonante ma in offerta libera dicookies o dati su di noi.

Nessuna paura e nessun trionfalismo, dunque, ma “normale” ambivalenza dei poteri in atto, con la consueta ricerca di competenze per mantenere una vigilanza minima nei modi in cui assegniamo fiducia e legittimità a questa o quella informazione.

Quel che la nozione di info-mediazione tende oggi a sottolineare è (anche) qualcos’altro.

E’ l’invito a comprendere  – non solo a fini di ovvio e per certi versi legittimo effetto manipolatorio – se e come stiano cambiando alcuni processi di costruzione della sfera pubblica e il ruolo degli attori che la abitano: a) l’agenda collettiva dei problemi di cui valga la pena discutere, b) il loro resoconto narrativo, c) i rapporti di forza esistenti e i legami fra i soggetti “che contano”, cioè quelli che presumiamo possiedano più potere di altri per stabilire la gerarchia di agenda e di resoconto –  vale a dire i ben noti processi di agenda settinggatekeepingframingnewsmakingnewsworthing. Sia nell’ambito delle notizie di cronaca o politica, sia nelle forme di distribuzione della conoscenza sociale, culturale e scientifica. Con implicazioni evidenti per l’analisi delle configurazioni ideologiche dominanti.

Cambia ad esempio la diade “produttore-consumatore”, non solo perché esistono ovvi “distributori” (il famoso place del marketing mix), ma specie perché i nuovi volti della distribuzione on line tendono a influire in modo diretto e non facilmente controllabile sia sul produttore sia sul consumatore.

La maniera in cui si costruiscono e si rilevano – e si rendono rilevabili grazie a sempre nuovi dispositivi e applicazioni – i cosiddetti Big Data e i vari dati utilizzati negli algoritmi di Google o di Facebook, nonché la combinazione di variabili con cui sono costruiti ed elaborati tendono a diventare un nuovo grande segreto industriale custodito da pochi oligarchi. E al tempo stesso una nuova rappresentazione ideologica di chi siamo.

Oligarchie che costituiscono super-élites tecnologiche connesse in modo non sempre chiaro con altri tipi di élites di cui sembriamo più abituati a parlare (economiche, finanziarie, politiche), che certo non smettono di esistere.

Uno dei nodi cruciali è che diventa poco agevole ricostruire i legami e l’influenza reciproca che le une esercitano sulle altre. La dimensione “meta-editoriale” con cui si propone al consumatore il “match” ritenuto utile per il self ricostruito dallo specifico algoritmo offre informazioni riorganizzate a partire da altre fonti, dirette verso interlocutori specifici.

Quali sono gli influssi reciproci, a seconda della “taglia” rispettiva del produttore e del fornitore di servizi d’intermediazione? Quali negoziazioni hanno margine di manovra? Quali regole di produzione del canovaccio di informazioni e nella gerarchia di rilevanza dei contenuti possono costruirsi in questa ragnatela di azioni-reazioni in cui si giocano milioni di partite a scacchi ogni secondo?

Si pensi anche al dibattito sugli aggregatori di notizie  e alle controversie con Google news sui diritti di copyright, paventando il rischio che, sottraendosi all’uso considerato improprio di Google news, si possa però verificare un calo vistoso di visitatori. O al tentativo franco-tedesco di contrapporre al colosso californiano un proprio motore di ricerca alternativo.

Ad ogni modo, per scendere ad un livello più alla nostra portata, preziose a me sembrano le piste empiriche aperte dagli studiosi dell’info-mediazione per contribuire alla conoscenza di fenomeni tanto complessi e capire se e come operino nuovi monopoli di info-mediazione. Ne cito alcune.

La ricerca di Tandoc Jr. si chiede in che modo i web analytics e i social media influiscano sulla rappresentazione degli interessi del pubblico da parte dei giornalisti. Sebbene Tandoc non faccia riferimento diretto all’info-mediazione, la sua analisi rileva due fenomeni:
a) una differenza tra l’aspetto quantitativo del profilo di audience fornito dai web analytics, e la dimensione qualitativo-promozionale dell’uso di piattaforme social, in cui il feedback e persino il crowdsourcing con i lettori engaged risulterebbero rilevanti  per i giornalisti;
b) un processo di negoziazione fra le rappresentazioni imposte da nuove routines SEO su “cosa vuole l’audience” (la selezione delle notizie appare sempre più basata su web-metrics, e gli stessi titoli sono confezionati secondo le regole di Google) e l’uso di altre forme di capitale sociale, più vicine all’esperienza giornalistica digatekeeping (a cui i giornalisti tenderebbero ad associare l’esperienza sui social media).

La ricerca di Sire sul rapporto tra pratiche giornalistiche e Google descrive in dettaglio le mosse di questi “giochi” negoziali che reciprocamente i vari attori mettono in atto e conclude:

 le condizioni e le modalità di cattura del traffico proveniente da un dispositivo di info-mediazione influenzano in parte – e secondo interessi e margini di manovra propri di ognuno degli attori in gioco – il modo in cui il fatto di cronaca è raccontato, messo in relazione e valorizzato dalle agenzie editoriali.

Il lavoro di Rieder e Smyrnaios si interroga sul peso di Twitter sulle pratiche giornalistiche. L’analisi include preziosi suggerimenti metodologici. I risultati tendono a stemperare e a riformulare il ruolo di info-mediazione di questa piattaforma. Da un lato si conferma l’esistenza di usi diversificati di Twitter: si rende difficile identificare un “tipo medio” di utilizzatore. Dall’altro non ne derivano caos o frammentazione: si rileva infatti (almeno nei tre casi considerati) la presenza di un’élite forte e ristretta che – grazie anche alla “mediafilia” tipica di Twitter e al suo uso strategico da parte di professionisti – tende a rendere dominanti determinati temi, fonti, contenuti, pur lasciando spazio al pluralismo collettivo. In sostanza secondo gli autori lo spazio pubblico di Twitter mostrerebbe di essere debitore di quanto circola nei media tradizionali ma anche “recalcitrante”: oltre a condividere contenuti convergenti renderebbe possibili divergenze, commenti, interpretazioni anche molto diverse fra loro, facendo pensare ad una delle forme assunte dalla “ermeneutica di massa” di cui parla Lovink.

In un articolo di qualche tempo fa ci chiedevamo se nei social media si stessero o no delineando “collective tellers” che farebbero “esplodere” in vari rivoli, “nuvole” e raggruppamenti diversamente connessi i due stadi che secondo la nota teoria di Katz e Lazarsfeld caratterizzano le comunicazioni di massa. Ci si chiedeva se non fosse utile cominciare a considerare l’ipotesi di rilevare empiricamente l’esistenza di divergenze e convergenze all’interno di reti caratterizzate da scattered clouded flows. Potrebbe la ricostruzione reticolare di tali flussi aiutarci a capire meglio come si riorganizza il più lineare two-step flow che nei media di massa procede dalla fonte all’opinion leader e da questi agli individui collegati? Non a caso, forse, oggi nel web si parla di influencer – mutevole a seconda dell’area di riferimento – più che di opinion leader.

Quali sono i confini di queste nuvole in cui si addensano circuiti informativi e interpretativi differenti? Quali élites e quali gatekeepers assolvono oggi il ruolo di guardiani di frontiera che regolano i flussi potenzialmente reciproci in questo o quello spazio specifico? Quali vesti indossano? E come fare quando sono privi di divise di riconoscimento, tanto da renderci difficile identificarli con precisione?

Soltanto la ricerca empirica ci può aiutare a comprendere cosa davvero le persone fanno nel concreto delle pratiche quotidiane, come lo fanno, in quali condizioni e con quali differenze.

In alternativa, dovremo affidarci alle facili conclusioni del luogo comune di turno.

* Coordinatore Laurea Magistrale Compass. L’articolo è stato originariamente pubblicato il 7 luglio 2015 su  LinkedIN
Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...