Le Social Media Manager dell’Isis

Ribaltiamo, per una volta, il clichè della donna schiava, maltrattata, violentata e suddita che tutti i media ormai propinano parlando dell’Isis. Non sto dicendo che queste non esistano, anzi sicuramente subiscono barbarie poco ripetibili e azioni terribili da parte di individui che di umano hanno ben poco. Navigando per la rete ho però trovato diversi articoli di testate autorevoli che raccontano un’altra realtà: donne che per loro scelta si arruolano nell’Isis e, ancora più sconvolgente per me, donne che attraverso i social network medio-orientali lavorano proprio per l’arruolamento di miliziani per il Califfato.

Ma procediamo con ordine: The post Internazionale racconta in un articolo di come molte ragazze più o meno giovani sentono il bisogno di arruolarsi tra le fila degli jihadisti. Perchè? In primo luogo le ragioni sembrerebbero essere molto simili a quelle che spingono gli uomini: ritengono che l’Islam sia sotto attacco, vogliono contribuire alla fondazione di una nuova società nonchè alla fondazione del Califfato, ritengono di essere in dovere di migrare verso il medio oriente per quel senso di fratellanza che le lega a chi compie questa scelta. Il fenomeno è effettivamente molto complesso e confuso, specialmente per chi, come me, è sempre stato convinto di una condizione di sottomissione della donna islamica ma chiaramente ci sfugge qualcosa che invece è ben chiaro nella mente di chi è cresciuto sottoposto ai valori e alle credenze della religione Islamica.

Superato questo primo scoglio, arriva il secondo “choc”: le donne lavorano per l’Isis. Il punto di partenza è la pubblicazione del libro “Soldatessa del Califfato. Il raconto della miliziana fuggita dall’Isis” a cura di Simone Di Meo e Giuseppe Iannini.1cf4d0bb-a841-47df-9ef7-784f98f42154 In questa recente pubblicazione un’ex collaboratrice del Neo-Califfato si apre e racconta il ruolo, decisamente attivo, delle donne all’interno dell’organizzazione: il loro compito, infatti, è quello modernissimo di social media manager. Si tratta di reclutare online attraverso i social network future spose e, conseguentemente, future madri: la dinamica è molto semplice e spesso si ripete ma decisamente fondamentale è l’approcio che consiste nel trovare una vittima, darle ascolto ed infine convincerla che solo avvicinandosi in maniera attiva  alla Sharia troverà la pace, tanto più si ha dall’altra parte dello schermo una persona fragile quanto più sarà semplice l’opera di convincimento. La cosa ancora più sconcertante è che a “cadere” in questa rete siano le donne di alcuni degli Stati più “occidentali” come la Gran Bretagna, la Francia o l’Australia probabilmente perchè attratte dalle emozioni forti, dal romanticismo o da un classico “spirito da crocerossina”.

Gli strumenti utilizzati da queste professioniste sono, oltre ai gettonatissimi Facebook e Twitter, delle innovative applicazioni create ad hoc per queste specifiche attività. Una su tutte è DAWN “il miglior strumento per tenersi aggiornati sulle novità jihadiste” a detta dei curatori del libro, si tratta di un’app sviluppata per Twitter in lingua inglese che oltre a postare i tweet dell’Isis sugli account degli iscritti si occupa di organizzare grandi incontri “romantici” di massa pubblicando alert che annuncino l’arrivo di nuove adepte in città. Decisamente particolare e degna di nota è anche l’app sviluppata per gestire nello specifico gli incontri: Jihad matchmaker  è il più famoso e al suo interno si possono trovare delle vere e proprie proposte di matrimonio che agli occhi innocenti di chi non è consapevole di cosa effettivamente faccia l’Isis possono anche risultare allettanti.

Va da se’ che a capo di tutto ciò ci sia un uomo: il ricercatissimo Majidi Mgaidia, un cyber esperto che insegna alle fanciulle jihadiste l’abc del social media marketing preoccupandosi di mostrare loro come eludere i controlli di sicurezza francesi e come scovare possibili infiltrati nelle loro pagine amiche.

Insomma, c’è da dire che tutto questo è decisamente lontano dalla visione classica della donna a cui siamo abituati ma soprattutto si colloca agli antipodi con la Primavera Araba e i presupposti di libertà che questa sembrava aver posto.

Silvia Panariti

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