Mass media e arte contemporanea

Durante il secondo anno, avevo la possibilità di scegliere un corso tra tutti quelli offerti dall’Università di Bologna, quindi tra tutte le facoltà. La mia scelta è ricaduta su un corso mutuato dal dipartimento di Arti Visive dell’Alma Mater. Il nome del corso è “Avanguardie storiche e Neoavanguardie”. Inizialmente non pensavo di poter associare i miei studi a questa materia, ma pian piano mi sono dovuta ricredere. All’interno del mercato dell’arte tutto gira attorno attorno alla comunicazione e soprattuto ai mass media. 

Le lezioni erano tenute da Silvia Evangelisti, ex direttrice artistica di Arte Fiera di Bologna, e ora docente dell’Accademia delle Belle Arti e dell’Università di Bologna. Trattavano principalmente del sistema dell’arte contemporanea, ovvero il mercato e la circolazione delle opere d’arte con tutti gli eventuali operatori, come il critico, il gallerista, il collezionista e il museo. Mano a mano che la professoressa spiegava lo sviluppo di questo sistema dell’arte contemporanea, mi sono accorta che senza la comunicazione, ma soprattutto i mass media, tale sistema non sarebbe mai potuto esistere. Ho potuto quindi applicare i concetti appresi durante il mio percorso al Compass ad un campo solitamente marginale ai nostri argomenti di studio.

Tutto potrebbe avere inizio dal concetto di villaggio globale di Marshall McLuhan del 1962. L’esperto di comunicazione di massa è stato il primo a dare una definizione dei cambiamenti che stavano avvenendo in quell’epoca a causa dei nuovi mezzi di comunicazione. Le distanze si stavano accorciando e si percepiva il mondo come una sorta di villaggio. Comunicare da una parte all’altra del pianeta diventava sempre più semplice, veloce e immediato.

I mezzi di comunicazione oltre ad avere degli effetti positivi, ne hanno avuti anche di negativi. Il filosofo Walter Benjamin parla di perdita dell’aura. Le opere d’arte perdono la loro unicità, perché diventano riproducibili. Un esempio di riproducibilità nell’arte contemporanea è stato il clamoroso e curioso caso dello squalo di Damien Hirst: L’ impossibilità fisica della morte nella mente di un essere vivente.

Negli anni ’60 il centro dell’arte si sposta da Parigi a New York, che diventa capitale dell’arte e delle innovazioni riguardanti i mezzi di comunicazione e la tecnologia. Tutti i grandi artisti passavano almeno una volta dalla “grande mela” e la rappresentavano anche nelle loro opere. Un esempio sono i lavori di Andy Warhol che possono essere definiti anche come specchio della società dei consumi di quel tempo.

Con la nascita del sistema, nasce anche il mercato dell’arte, e all’artista si affiancano nuove figure come il gallerista, il curatore, il collezionista, il critico e le case d’asta. Alla base di tutto, però, c’è il concetto di brand, che si potrebbe definire come il valore aggiunto dato dalla notorietà. Ad esempio, un collezionista avrà sicuramente più garanzie se acquisterà un’opera d’arte da una casa d’asta di brand come Christie’s o Sotheby’s, piuttosto che da una meno nota. Così come ci sono galleristi, case d’aste e collezionisti di brand, ci sono anche gli artisti di brand. Voglio citarne tre non solo per il loro branding, ma anche perché sono (o sono stati) degli artisti mediali, che hanno saputo sfruttare i mass media con molta intelligenza, seppur ognuno con scopi diversi: Andy Warhol, Jeff Koons e Maurizio Cattelan.

È stato molto interessante tentare un approccio di questo tipo, unendo due discipline in apparenza totalmente diverse, ma che infondo affrontano tematiche simili. Il “villaggio globale” continua a trasformarsi ogni giorno sempre di più. Non mi stupirò se un giorno si riuscirà a comprare un quadro all’asta con un tweet!

Saranno i social network il prossimo step dell’arte contemporanea?

 

Eleonora Schulze Battmann

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