Performigrations: intervista a Elena Lamberti

Elena Lamberti, ricercatrice di letterature angloamericane, e Paolo Granata, professore di psicologia, entrambi presso l’Università di Bologna, sono i coordinatori del progetto europeo Performigrations, vincitore del Programma Cultura promosso dall’UE in merito alle relazioni con i paesi terzi. Il progetto riguarda Canada ed Europa, cercando di mappare artisticamente la loro trasformazione sociale attraverso il concetto di mobilità. Elena Lamberti ci spiega nella seguente intervista i dettagli organizzativi e tematici del progetto.

1. Ci parli brevemente degli obiettivi, le tematiche e i protagonisti del progetto.

L’obiettivo è quello di coinvolgere il pubblico su temi quali mobilità, diversità e cambiamento. I protagonisti sono le persone che raccontano un’idea complessa di territorio e appartenenza, attraverso le loro esperienze di mobilità. Diventano punti di partenza per cercare risposte ai problemi che il cambiamento può portare. Altro protagonista è l’insieme eterogeneo dei promotori: accademici, operatori culturali, studenti e istituzioni con proprie offerte creative. Si vuole trovare forme di comunicazione diverse, mirate a target diversi, in contesti diversi, attraverso forme di comunicazione artistica tradizionale (musica, cinema, fotografia) e nuove tecnologie (per dialogare con pubblici più giovani).

2. Com’è nato Performigrations?

È nato dall’esigenza di un gruppo di umanisti dell’Università di Bologna di capire qual è l’impatto del loro lavoro su una società in continuo cambiamento. Il nostro lavoro di ricercatori mira ad ascoltare la società e a raccontarla. Nel 2015 non possiamo più utilizzare solo le forme di comunicazione accademica tradizionale (i.e. libri e conferenze per un pubblico ristretto). Ci siamo chiesti se stiamo sbagliando qualcosa nel proporre il nostro lavoro alla società e ci siamo resi conto che anche l’Europa si era posta questo problema in termini di finanziamento. Abbiamo optato per un progetto di ricerca applicato alle dinamiche territoriali nella direzione di “Europa Creativa”: il Programma Cultura, ora divenuto Programma Creatività. Performigrations è stato apprezzato proprio perché anticipatore della nuova veste del programma.

3. Le è capitato di ricevere risposte negative da potenziali partner? Se sì, cosa crede che non sia stato capito e avrebbe avuto bisogno di miglioramento?

In fase di costruzione del partenariato non abbiamo ricevuto nessuna risposta negativa, anzi: abbiamo avuto dei partner in UK e Austria che sono “saliti a bordo” all’ultimo momento pur di esserci. Hanno fatto un lavoro enorme perché la burocrazia di questi progetti è micidiale (e spero che l’Europa la semplifichi!). Abbiamo cambiato un partner strada facendo: l’Università di Toronto si è trovata impossibilitata a continuare per problemi logistici locali e per i referenti. In corsa, abbiamo inserito un’altra Università di Toronto senza grossi problemi. Cosa non sia stato capito e i miglioramenti da fare, sono difficili da valutare ora, perché siamo in pieno svolgimento. Il partenariato attualmente è solido, laddove si doveva fare un’attività, ora se ne faranno quindici. Col senno di poi, all’inizio del progetto, se avessimo avuto più risorse, avremmo migliorato la comunicazione verso l’esterno, un po’ lenta nel primo anno perché bisognava capire cosa stavamo realizzando. Dovevamo comunicare una metodologia, non tanto un oggetto.

4. A oggi, qual è stata la maggiore difficoltà incontrata nell’iter ideazione-presentazione-art exhibition?

Con Bruxelles i rapporti sono complicati: il progetto, pur essendo dentro il Programma Cultura, in realtà è più vicino al Programma Creatività. Questo porta ad avere un partenariato molto più grande rispetto ad altri progetti dello stesso programma. Questi solitamente hanno 4-5 partners, noi 16 e ciò complica la burocrazia. Il nostro è un progetto sperimentale: definire l’oggetto specifico laddove la creatività è parte del percorso è stato un problema. Bisognava essere convincenti laddove non esisteva il prodotto da vendere. La nostra fortuna è stata trovare a Bruxelles delle orecchie attente, proprio perché nell’Europa creativa, pur nei limiti che ciascuno può trovarci, ci sono Programmi che ammettono una componente sperimentale molto più di prima. Gli eventi culturali finora svolti sono stati molto seguiti, rapportati alle dimensioni locali.

5. Il progetto può facilmente rientrare nei parametri dell’industria creativa, per come ne parla l’UNESCO. Quali indicatori ne descrivono la performance?

Abbiamo guardato il territorio per quelle ci sembravano eccellenze e debolezze. Abbiamo cercato di creare delle sinergie per valorizzarle. Spesso esistono già sul territorio delle realtà che hanno un loro pubblico che spesso non dialoga con altri e non interagisce con altre realtà: non è “in rete”. Il nostro ruolo è stato creare la rete laddove c’era in parte o non c’era per niente, valorizzando l’esistente. Ad esempio, a Bologna abbiamo lavorato con Genus Bononiae, realtà museale ben radicata nel territorio frequentata da pubblici diversi che, grazie a Performigrations, l’anno scorso in occasione della Notte Bianca dei Musei, ha triplicato gli ingressi stabilendo un nuovo record di visite nell’arco di una giornata. Ci sono inoltre il Biografilm festival, co-promosso attraverso gli eventi del museo generando una visibilità reciproca, Maratona Fotografica Disturbo e Itaca che, si occupa del turismo pararesponsabile. In Grecia il nostro partenariato è di etnomusicologi, per cui l’elemento musica è il filo conduttore degli eventi. Non abbiamo portato qualcosa che non c’è nel territorio perché si rischia di fare un buco nell’acqua o di creare una magnifica opportunità per i due anni del progetto e poi, finiti i fondi, finisce la sostenibilità.

6. Crede che ci siano i giusti presupposti per incentivare la ricerca anche dopo Performigrations sulle tematiche esplorate o che le art exhibition continuino a essere finanziate?

Assolutamente sì, perché c’è una serie di grants e fondi non solo europei. Per esempio, l’Unesco finanzia moltissime cose in campo culturale e il pedigree acquisito aiuta. Gli artisti coinvolti nel progetto potranno fare domanda per un progetto individuale o collaborativo aiutati dal pedigree acquisito con noi. Per le art exhibitions, sì, soprattutto perché ci sono anche progetti di piccolo calibro, in relazione con piccole comunità con uno più artisti, il cui valore aggiunto è la collaborazione. Dimostrandone il grosso impatto e che molti ne parlano e scrivono, allora l’amministrazione, l’industria e l’artigiano saranno più motivati. Tante volte con meno si può fare di più.

7. Il team di lavoro è molto eterogeneo e la coordinazione di certo non è stata delle più facili: quali ha avvertito come maggiori difficoltà e quali sono stati invece gli aspetti che invece hanno permesso di muovere i primi passi?

L’aspetto più difficile è il dialogo con gli artisti. Non abbiamo puntato su artisti che conoscevamo. Questo ci ha complicato la vita ma è stato necessario. Attraverso bando pubblico, abbiamo ricevuto 70 domande per 7 posti. Abbiamo creato una comunità di artisti che non si conoscevano prima, forzandoli a lavorare insieme. Sono partiti tutti con grande entusiasmo e questo ha semplificato le dinamiche ma poi, quando si è trattato di scegliere una via creativa, le discussioni sono state anche molto accese. Il lato creativo è identitario per ogni artista. In questo ci hanno aiutato i mediatori culturali del gruppo, che si sono serviti dell’arte per mediare le differenze. È difficile anche il lato del linguaggio: gli accademici sono abituati alle regole europee e alla rendicontazione scritta e documentata, gli artisti no. Ciò che ha permesso di muovere i primi passi è stata la sfida comune: mettere assieme otto realtà diverse, facendo qualcosa che nessuno ha ancora tentato in quanto ad attori interpellati e terreno d’azione. Queste persone nella loro vita sentivano l’esigenza di cambiare il modo di fare ricerca, arte, cultura e promozione culturale.

8. Com’è cambiato l’atteggiamento dei protagonisti nei confronti del progetto dato la sua continua evoluzione? Le premesse e le competenze di ciascuno sono state messe in discussione?

Costantemente. Certezze zero. Tutto è migliorato dopo aver capito che il dialogo doveva essere un punto di arrivo oltre che di partenza. Concettualizzare il dialogo tra metodi diversi è difficile. Per esempio, la creatività come fa ad avere delle scadenze? Per gli artisti ha significato ragionare in modo quasi imprenditoriale. Questo è stato complicato perché da una certezza iniziale che ciascuno di noi aveva, siamo passati al caos della fase di mezzo, fino a che l’elemento ludico ha prevalso. Un grande gioco di ruolo in cui, come sempre, i ruoli possono cambiare, mettendosi in discussione. Operatori e artisti hanno capito che la ricerca non è dura e che qualche assunto storicizzato può essere utile anche a loro, per esplorare, creare e distruggere qualcosa. Persone e istituzioni hanno avviato un’autoanalisi complicatissima.

9. Che rapporto è nato tra expertise tecnologica e mondo umanistico? Questa esperienza come si inquadra nei contesti descritti come “la tecnologia influisce sulla società” o “è il cambiamento sociale che permette lo sviluppo tecnologico”?

Il progetto nasce come progetto dell’area umanistica: predominano i discorsi legati a studi letterari, comunicazione e arti visive. Il dialogo con l’expertise tecnologica è stato molto utile. A Bologna, c’è una collaborazione tra il Dipartimento di Lingue, Letterature e Culture e il Dipartimento di Ingegneria Informatica, i cui colleghi hanno sviluppato tecnologie capaci di dare parola alle persone. Spesso il discorso creativo parte dalle possibilità di un software, quindi si tratta di un’interattività che intrappola e non necessariamente accessibile a tutti. Nel nostro caso non c’è stata predominanza di uno sull’altro: il cambiamento sociale rende possibile lo sviluppo tecnologico e la tecnologia non influisce sulla società se essa non glielo permette. Influire sulla società dipende sempre da una serie di variabili. L’importante è considerarle tutte e assumersene le responsabilità.

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