Il calcio raccontato: intervista a Riccardo Mancini, telecronista di Fox Sports

Continua il nostro viaggio, tra le “voci del calcio giocato”. Dopo le interviste ai telecronisti Premium, Alessandro Iori e Ricky Buscaglia, oggi andiamo a conoscere una delle voci di Fox Sports Italia, Riccardo Mancini.
In questa intervista esclusiva, Riccardo ci racconta il suo percorso di formazione sia accademico che professionale, regalandoci spunti di riflessione e consigli importanti per qualsiasi “aspirante giornalista”.

Immagine tratta dal profilo Facebook di Riccardo Mancini

Immagine tratta dal profilo Facebook di Riccardo Mancini

Riccardo Mancini, ci racconti un po’ il tuo percorso di crescita, accademico prima e professionale poi? Quanto il primo ha “influenzato” il secondo?
Iniziai a pensare di fare il giornalista quando avevo 14 anni. Collezionavo riviste e giornali di qualsiasi tipo. Calcio italiano o calcio estero, non importava. L’importante era che ci fosse il pallone di mezzo. Parlando con alcuni amici, più grandi di me e già giornalisti, accantonai per qualche anno questa idea. A causa del mio amore per questo sport, decisi di intraprendere la facoltà di Scienze Motorie prima e Management dello Sport poi. Parallelamente, però, cominciai anche a scrivere su qualche testata, per fare un po’ d’esperienza e per dar modo a questa passione, quantomeno, di regalarmi qualche soddisfazione pratica. Diciamo che tutto è iniziato quasi per gioco, sul web ed in radio. Mi occupavo di calcio giovanile. Poi sono arrivate alcune opportunità, tra cui lo stage a Sky Sport 24. Non era facile, eravamo in tanti e nessuno ti dava certezze sul futuro. Anzi. Ho avuto fortuna e caparbietà.

Quanto le nozioni apprese nel tuo percorso di studi, ti sono state utili (e ti sono utili) nel tuo lavoro?
Sicuramente molto. Studiare a contatto con lo sport è fondamentale se vuoi parlare di sport. La mia facoltà mi ha dato un’ottima infarinatura, poi il resto è venuto da sé.

Quale delle tue esperienze lavorative ti ha fatto crescere maggiormente?
Sembra una risposta scontata ma credo che tutte siano state propedeutiche per la mia crescita. Quasi scontato sottolineare la prima esperienza a Sky. Lo stage mi ha fatto capire tante cose su questo mondo. Prima di tutto che nulla va dato per scontato e che nessuno ti regala niente. Ho capito come si lavora realmente all’interno di una redazione di un tg, va tutto a velocità doppia, tripla rispetto a quello che ci si può immaginare da fuori. I tempi sono fondamentali ed è inevitabile crescere in un contesto del genere.

È stato difficile entrare nel mondo del lavoro, dopo la laurea?
Mi ritengo un privilegiato ad essere dove sono adesso. Non è stato semplice, ho fatto una buona dose di gavetta e sono stato fortunato a trovarmi al posto giusto nel momento giusto con le persone giuste.

Ci racconti la giornata tipo in una redazione importante come quella di Fox Sports Italia?
Ci sono dei ragazzi che lavorano giorno e notte lì dentro. Tutti giovanissimi e con una voglia di fare incredibile. Fox Sports ha voluto puntare sulla gioventù, sui talenti emergenti. E direi che i risultati stanno dando ragione a chi ha fatto questa scelta. La cosa che mi preme evidenziare, però, è che Fox Sports è una vera e propria famiglia. Siamo quasi tutti di marca Sky lì dentro, ci conosciamo da anni e con molti vige un rapporto di amicizia indissolubile. Andare al lavoro, per noi, è una soddisfazione, è una gioia incredibile. Tutto viene fatto con passione e mai col muso lungo. Questo è quello che fa la differenza, al giorno d’oggi, nel mondo del lavoro.

Quanto influisce, nella tua sfera professionale, l’uso dei social network? In che modo li utilizzi?
Influisce perché li ho utilizzati e li utilizzo spesso per pubblicizzare eventi del nostro canale e relativi al mio lavoro. Farsi conoscere, nel nostro mondo, ritengo sia fondamentale. Credo inoltre che, se utilizzati nella maniera più idonea, siano uno strumento davvero utile ed efficace per noi giornalisti.

Sei una delle voci note di Fox Sports Italia, che raccontano a tutti i calciofili italiani le partite dei maggiori campionati esteri (europei e non solo), negli interminabili weekend calcistici; ma come è nata questa “esterofilia calcistica”?
Da piccolo mi piacevano molto il calcio inglese e quello spagnolo. Ho giocato a calcio, anche a buoni livelli, e, nei primi anni, avevo due idoli provenienti dal calcio estero: Alan Shearer e Davor Suker, due attaccanti incredibilmente forti sotto porta. Grazie a loro è nato l’amore per il calcio non italiano e, grazie a Dio, questo amore non si è mai dissolto.

Prima di una telecronaca di un match, che tipo di studio c’è dietro?
Importante, secondo me, in una telecronaca è l’attualità. Fondamentale leggere i giornali e documentarsi sui singoli giocatori. Prepararsi meticolosamente comporta avere maggiore sicurezza. Quando commenti puoi variare da un argomento ad un altro, senza difficoltà, e questo, ti parlo personalmente, ti consente di “avere in pugno” la partita. Spesso quello che si utilizza in telecronaca è solamente un 10% di ciò che ci siamo preparati nei giorni precedenti il match. Bisogna sempre favorire il play by play e ciò che sta avvenendo in quel momento sul campo. Alla gente interessa principalmente quello. Le curiosità sono un qualcosa in più che ti aiutano ad arricchire la cronaca.

Il fatto di raccontare partite di campionati stranieri, comporta maggiori difficoltà per un telecronista?
All’inizio forse si perché senti come se quel campionato non ti appartenesse, non avendo una conoscenza approfondita. Ma una volta inserito all’interno di tale contesto e una volta individuate dinamiche e giocatori l’approccio diventa molto più semplice.

Qual è stata la partita più emozionante che ti sei ritrovato a raccontare, fino ad ora?
Le Classique tra Marsiglia e PSG di qualche settimana fa. Una partita ricca di colpi di scena e che potrebbe aver deciso il campionato. E poi commentare certi giocatori lo ritengo un privilegio non da poco.

Cosa consigli ad un ragazzo alle prime armi che sogna di entrare a far parte di questo mondo?
Consiglio di buttarsi senza paura. Se si vuole fare questo lavoro bisogna essere intraprendenti e caparbi, consapevoli delle numerose difficoltà che si possono incontrare ma anche sicuri di sé stessi e vogliosi di arrivare alla meta. Prima o poi un’opportunità arriva per tutti. Ma bisogna, molto spesso, andarsela a cercare.

Grazie per la disponibilità Riccardo; per concludere vuoi dire qualcosa ai lettori?
Non mollate mai i vostri sogni. C’è sempre un motivo per crederci, per insistere, per dire “posso farcela”. Rompete le scatole, anche a costo di risultare scomodi. Il nostro mestiere richiede questo, dobbiamo avere la faccia tosta per provarci. In bocca al lupo a tutti!!

di Rocco Lucio Bergantino

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