Studenti e lavoratori: confronti e riflessioni conclusive

Parlo da studentessa lavoratrice e da studentessa lavoratrice che ha vissuto a Londra: effettivamente le differenze riscontrate nei due Stati sono molteplici e non ultima è proprio la differenza presente nei rapporti con il manager, soprattutto in caso di studenti lavoratori.

giovani-e-lavoro

Ho vissuto a Londra 4 mesi, ho scelto di partire principalmente perchè volevo fare un’internship all’interno del mio settore che arrichisse il mio cv ma devo ammettere di essere sempre stata innamorata della City, quindi la scelta è stata anche dettata dal cuore. Sono partita con i soldi contati per affrontare due mesi di permanenza, quella che doveva essere la durata del mio stage, ma una volta arrivata sono stata travolta dal ritmo frenetico di Londra e mi son detta ” Perchè non provare a cercare un lavoro da affiancare al tirocinio?” e così è stato: ho stampato 10 curricula e ho iniziato la distribuzione, era il 15 luglio e io il 29 luglio firmavo il mio contrattopermanent“- che corrisponde al nostro indeterminato- come sales assistant da Zara.

Senza addentrarmi nella questione ambiente lavorativo o nell’approfondimento dei due colloqui affrontati, basti dire che mi è stato necessario spiegare una sola volta la mia situazione ossia un tirocinio da svolgere ed esami da preparare in parallelo in modo da non restare indietro con l’Università, per avere una turnistica più che adatta alle mie esigenze.
Lavoravo part-time ma lo stipendio mi bastava per vivere e concedermi qualche sfizio saltuario, l’orario era parecchio impegnativo ma lavoravo solo il sabato, la domenica e il lunedì sera quindi avevo tutto il tempo per gestire tutte le mie attività e fare un po’ la turista. Non so cosa preveda la legislazione inglese per quanto riguarda noi studenti lavoratori ma posso affermare che, nel mio caso, ho avuto a che fare con persone compresive e decisamente molto disponibili che capiscono di avere davanti ragazzi e ragazze che quotidianamente si affannano per vivere e per costruirsi un futuro.

Prima di partire, invece, ho lavorato per tre anni in un call-center inbound a Torino, città in cui vivo. Posso essere sincera? Il lavoro era un incubo e quotidianamente mi chiedevo “ma perchè?”. Certo il contratto di apprendistato che mi garantiva al 70% un posto indeterminato alla fine dei quattro anni poteva essere una risposta valida, ma la frustrazione, l’ansia e l’angoscia che provavo ogni giorno di fronte a quel computer con la cuffietta nell’orecchio non erano ripagate dal misero stipendio mensile part-time con cui difficilmente sarei riuscita a vivere.

Ma diamo a Cesare ciò che è di Cesare: va riconosciuto che sicuramente sono stata molto fortunata in quanto grazie al contratto di apprendistato avevo diritto a tre giorni consecutivi di “permesso esame” in occasione, appunto, degli esami, da giustificare all’ufficio del personale con un foglio firmato e timbrato dal docente con cui era stato sostenuto l’esame. Da regolamento era sufficiente inserire i giorni per cui venivano richiesti i permessi esame all’interno del software aziendale, si è poi passati al doverli comunicare personalmente a chi di competenza subendo sguardi di ammonimento e molto spesso battutine poco simpatiche.

Per quanto riguarda i turni ci sarebbe molto da dire: essendo molti i colleghi studenti il confronto era inevitabile, c’erano quindi persone che chiedevano da anni una fascia turnistica che gli permettesse di seguire le lezioni e o non gli veniva concessa o veniva concessa a singhiozzi e dopo molti patimenti così come c’erano persone che proprio a causa degli orari lavorativi poco agevoli restavano indietro con la preparazione universitaria.

Chiaramente il fattore “durata dell’esperienza” è una variabile importante che può influire nella valutazione dei due posti di lavoro: probabilmente in soli quattro mesi a Londra non ho visto il “lato oscuro” del lavoro londinese che certamente c’è ma comunque anche ripensando ai primi quattro mesi di lavoro all’interno del call-center il risultato del confronto mi riporta comunque oltre manica.
Per quanto riguarda, invece, il dualismo originario da cui parte questa inchiesta, ossia lavoro versus studio, vanno ricercati anche qui pro e contro. Basandomi su quella che è ed è stata la mia esperienza posso affermare che è possibile studiare e lavorare ma, ovviamente, questo comporta grandi sacrifici in termini di tempo libero e ore di sonno. E’ necessaria una grande organizzazione per quanto riguarda la gestione del tempo a disposizione e, secondo me, è molto importante ottimizzare i tempi; certo è molto stancante studiare e lavorare ma affiancare queste due attività comporta grandi soddisfazioni e una grande crescita personale.

Sarebbe molto bello e, per certi versi, un po’utopistico avere anche in Italia dei datori di lavoro che non solo comprendano ma addirittura favoriscano l’ambivalenza studio-lavoro riflettendo su come questa sia un trampolino di lancio per affiancare alla teoria di ciò che studiamo la pratica di ciò che, lavorando, viviamo quotidianamente.

Silvia Panariti

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...