Pubblicare sui social: il dio dell’individualismo è morto

Le origini del Web ci raccontano una storia intricata da un punto di vista culturale (capire e
introdurre un nuovo, complesso strumento nel mondo) e socio-politico (proprietà, diritti e
regolamentazioni dell’agire sul Internet). Le origini del Web ci presentano un ethos materno, fatto di hacker, appassionati, docenti e studenti universitari, che insieme lo hanno concepito e fatto crescere come un luogo di libera condivisione e scambio, “dono” senza ritorno oneroso. Diverso decisamente da ciò che è il Web odierno. Da analisi e studi già avanzati risultano avviate logiche economiche che operano al suo interno, così come logiche di “dono” messi in atto, tuttavia, con uno scopo di prestigio personale con una aspettativa di guadagno (se in denaro, in popolarità).

Ma esiste una via di mezzo, il “dono” senza ricambio? Il trasmettere qualcosa di personale per
raggiungere uno scopo che trascenda l’autorealizzazione del singolo, un obiettivo che esuli da una
monetizzazione? Sonderò il tema guardando alla produzione letteraria sul Web, analizzando il modus operandi di “autori”, cogliendo come si scrive in rete, per quali ragioni si pubblicano, condividono opere letterarie e con quale scopo.

Cattura

Le tappe del Web
Originariamente fu il DARPA ad avviare una prima idea di Internet, chiamato all’epoca (1969)
ARPANET, primo collegamento tra computer all’interno del Dipartimento della Difesa americano.
Accanto ai militari sedevano e partecipavano alla ricerca alcuni docenti degli ambienti matematico ingegneristici universitari.

Il conflitto tra gestione politico-militare e scientifica si trascinò a lungo:

  • nel 1975 la proposta rivolta al colosso delle telecomunicazione americano, AT&T, di essere
    l’unico vettore di ARPANET fu rifiutata, a sottolineare lo scetticismo degli ambienti
    economici per la nascente creatura;
  • nei primi anni ’80 maggiori responsabilità vennero date allo Stanford Research Institute con
    l’obiettivo di determinare indirizzi IP e domini Internet;
  • nel corso degli anni ’80 cresce il traffico Web, alla portata di sempre più utenti (non di
    tutti, ovviamente), connessi e impegnati nei primi scambi e conversazioni tramite forum,
    newsletter. Questo grazie anche alla possibilità di aggirare i costosi modem per avviare un
    collegamento alla Rete, servendosi invece di packet radio gratuiti;
  • nei primi anni ’90 arrivano le prime politiche di deregolamentazione, i progressi tecnici
    con l’arrivo del Web “alla portata di tutti” (user friendly) grazie al WWW, la banda larga e
    l’ampliamento della Rete mediante lancio di satelliti: il Web è così aperto all’investimento
    privato;
  • nel 1996 viene emanato il Digital Millennium Copyright Act a regolare il diritto d’autore
    dei contenuti Web, col risultato di rendere fuorilegge, fino ad allora, virtuose pratiche hacker
    tipiche del Web. Il sistema operativo Linux, in grado di competere come qualità coi quotati
    Windows e Macintosh, è l’esempio più brillante di come un software libero, a libero uso e
    implementazione di tutti, possa diventare un prodotto di qualità a partire dalla semplice
    condivisione tra utenti;
  • sull’onda degli anni ’70-’80, Richard Stallman, programmatore al MIT di Boston, lavora,
    implementa e rende liberi i codici sorgente di un sistema operativo (GNU) che diventerà poi,
    grazie ad apporti diversi, il sopracitato Linux. E’ dell’inizio del 2000 la nascita ufficiale del
    copyleft (Creative Commons), una licenza di tutela di opere dell’ingegno che stabiliscono
    maggiore libertà di circolazione e di uso delle stesse.
    Come si agisce allora sul Web: pro copyright o copyleft? Si condivide o si vende?

Metodologia di analisi
Per scendere nello spazio micro e significativo della ricerca, occorre circoscrivere le domande ad un contesto. Nel caso di questo elaborato, che spero possa incoraggiare ad approfondire con maggiori e migliori mezzi di quelli da me adottati, ho approfondito la scrittura, produzione letteraria sul Web. Ho quindi identificato il corpus di analisi ideale nelle “comunità” online e sui social network (scelte in base al tema “Scrittura, poesia, pensieri”etc.) e che ho scomposto in:

  • “soggetti singoli” membri di community/gruppi social
  • “soggetti collettivi” come organizzazioni, fondazioni, movimenti.

Per ciascuno ho cercato di analizzare la presenza sul Web:

  • cosa pubblicano e come: “comunalismo” /vs / “individualismo” nella produzione, scelta
    delle licenze di tutela dell’opera;
  • obiettivi del pubblicare.

La mia analisi è consistita nell’osservazione e disamina degli elementi dei siti personali/ufficiali, scomposizione semiotica dei vari profili e pagine, ma anche, laddove possibile, attraverso la somministrazione di un questionario.

L’analisi: i “singoli”
Gruppi particolarmente fecondi circa la produzione letteraria online operano su Google+ e Facebook: la mia analisi dei “singoli” è partita da qui. In breve, le comunità che ho osservato su Google+ (“Scrittura creativa!”, “Scrittori in erba”, “Parole Poesia Pensieri & Storie”) mostrano una quantità di contenuti postati schiacciante rispetto al numero di interventi e partecipazione sugli stessi; questo a fronte di un ampio numero di iscritti (in ordine: 408, 1132, 1415). Ai membri di tali communities ho inoltre somministrato un questionario circa le loro scelte e produzione letteraria online; sebbene soltanto otto membri abbiano risposto al questionario, è stato possibile comunque trarre qualche conclusione generica:

  • la quasi totalità degli intervistati pubblica sulle communities a cui è iscritto (circa 7 in media) per promuoversi e scoprire altri autori;
  • la totalità degli intervistati, fatta eccezione per uno, non fa parte di collettivi, associazioni letterarie “offline”;
  • due intervistati su otto applica licenze di tutela CC alle opere pubblicate online, e solo uno dice di sapere cosa sono le licenze copyleft.

Su Facebook (“Forum mondiale di poesia e scrittura” 3121 membri, “Poesia italiana” 3502
membri), considerando il mese Novembre 2014, i testi che gli utenti pubblicano maggiormente
riguardano: promozione di libri personali pubblicati attraverso piattaforme self-publishing; pubblicazione di poesie nella bacheca della pagina; link al blog personale. Queste osservazioni vanno unite al dato medio dei post pubblicati in un mese (in media 400), raffrontati al numero di interazioni (100 “Mi piace”, 13 “Commenti” edificanti e di analisi delle opere). Dunque, in conclusione, le pratiche di inserimento, pubblicazione in gruppi sui social network sono funzionali ad un uso “individualistico” della produzione culturale con due obiettivi distinti:

  • scopo economico di vendere libri autopubblicati;
  • scopo di auto-promozione, di accrescere un pubblico di ammiratori.

Infatti la pratica di “self branding” in quanto obiettivo produttivo è marcata dalle numerose
condivisioni di blog e libri autoprodotti. Nella totalità dei blog e ebook è presente il marchio
copyright, tutti i diritti riservati. E’ inoltre utile soffermarsi sul dato che un solo soggetto intervistato su una community Google+ sia membro di un collettivo con un obiettivo di produzione/condivisione di opere letterarie ben preciso, che esula dalla promozione di sé. E’ un valore che ritroveremo anche più avanti. Si potrebbe obiettare che è insito nella logica del singolo cercare un’auto-promozione, per realizzarsi ed essere apprezzato per un (vero o supposto) talento.

Tuttavia l’emblematico caso di Stefano Andrini, autore dell’ esperimento “Te Reo”, è l’eccezione che non conferma la regola. “Te Reo” infatti è (a quanto ne sappiamo) uno dei primissimi casi in Italia di romanzo costruito e condiviso a puntate, a mo’ di feuilleton, su una pagina Facebook. 

Dice l’autore: <<Stavo attraversando un periodo piuttosto duro e cupo della mia vita. Dopo tanti anni come giornalista, perdere il lavoro alla mia età è tutt’altro che piacevole. Avevo quindi due possibilità: o andare da uno psicologo, ma non avevo abbastanza soldi (sorride), oppure curarmi con la scrittura. Ho quindi iniziato su Facebook a scrivere qualcosa, un inizio di una storia. Fu dopo qualche tempo, senza quasi rendermene conto, che il mio scrivere era diventato per molti miei contatti un appuntamento fisso. Attendevano di leggere gli sviluppi della storia, si lamentavano di certe mie scelte, commentavano, proponevano scenari alternativi. Da lì ho creato una pagina apposita e, salvo la domenica, tutti i giorni postavo un nuovo capitoletto, pronto a discuterne coi miei amici e contatti, fino al finale, quando chiesi di inviarmi proposte di finali possibili: ne ricevetti più di un centinaio!>>.

L’idea e la volontà di alimentare questo fiorente dialogo tra autore e lettori/co-autori, deriva dalla personale esperienza di vita di Andrini: <<Ho lavorato per tanti anni nel giornalismo; anche quando ero ragazzo ho collaborato come speaker per una radio libera negli anni ’70 e lo spirito era quello che ho voluto mantenere nella comunicazione online: coinvolgere il pubblico nella trasmissione, nella comunicazione>>.
La fioritura di legami e contatti che Stefano, involontariamente, aveva creato ma che ha saputo alimentare hanno condotto ad un’offerta editoriale non cercata. E’ un episodio che testimonia la vividezza di rapporti cooperativi online al fine di creare opere letterarie collettive per il piacere di farlo (logica sociale); è tuttavia anche un caso che si è poi evoluto verso un’opera organica edita con un obiettivo economico (logica culturale)(1).
Infine, è qui da sottolineare un punto che sarà centrale più avanti: la contestualizzazione locale. Sebbene solo nella virtualità del suo testo, Andrini parla di luoghi reali, vivi e geografici della Romagna e, non a caso, è una casa editrice romagnola ad essersi fatta avanti. In generale però, la ricerca dell’autore di un rapporto cooperativo con il suo pubblico di redattori/aiutanti si sviluppa online ma con un limite: infatti è centrale poi, per il mantenimento di un rapporto stretto con la ‘comunità’, l’incontro fisico con l’autore, che si esplica nella promozione pubblica del libro.
 

L’analisi: i “gruppi”
Paralleli alle “community” che fanno poco “comunità”, ho approfondito le forme di produzione letteraria sul Web da parte di autori collettivi e collettivi di autori. Tutti e tre i soggetti che ho analizzato dichiarano di aver avuto origine “offline, creando un metodo comunicativo attraverso mezzi consueti: il MEP con una affissione di poesie, i Wu Ming nel 1994 (al tempo un collettivo chiamato Luther Blissett Project) con azioni-beffa ai danni dei mass media, Venti d’Autore con eventi culturali per animare la scena culturale della propria città. In un secondo momento, per ampliare le possibilità di raggiungimento del proprio obiettivo e per una più ampia condivisione, i soggetti avviano una produzione e presenza online.
1) Per il MEP erano già chiari obiettivi e fini della loro produzione letteraria e nessuno strumento, a parere loro, poteva permettere di raggiungerli meglio della <<libera diffusione delle nostre poesie, in origine come Dominio Pubblico, poi come copyleft>>, unito all’espediente dell’anonimato perché l’attenzione si possa focalizzare sulle poesie e non sull’autore, sul suo nome, storia o volto. Nonostante i membri del MEP partecipino a reading poetici e interviste, chiedono espressamente che non vengano ritratti in viso né che compaia il loro vero nome affiancato alla firma di riferimento, fatta di una lettera e un numero.
L’opera deve essere al centro e deve perciò circolare liberamente, essere condivisa, commentata, rovinata, comunque si cerca interazione, discussione su di essa affinché si “emancipi”.
<<La produzione sul Web è importante tanto quanto quella che facciamo per le strade quando
affiggiamo le poesie, o facciamo trovare in mezzo a libri o per la città le nostre poesie anonime. Il fulcro di tutto è la condivisione, circolazione più ampia possibile e cercare risposte da parte delle persone>>, dichiara M.01 del MEP.
<<Che sia sulle nostre pagine o sui fogli A4 sui muri, quando leggiamo commenti di offesa, le risposte sono frutto di un’intervista, conversazione telefonica con l’autoreapprovazione, contro-poesie, correzioni, sappiamo di aver ottenuto qualcosa di positivo: che le persone si accorgano, si fermino per la poesia.>>.

Ed è proprio il carattere aperto del MEP , il suo accogliere nuovi sostenitori-autori (a patto che condividano in pieno il suo obiettivo, mezzi e sistema) di cui diffondere le poesie la sua caratteristica di successo. E di successo si parla quando si ricevono numerose offerte di pubblicazione di raccolte da parte di riviste o di usare le poesie per promuovere un evento connotato politicamente: <<Riceviamo spesso offerte di pubblicazione di raccolte di poesie in libri o riviste, o diffonderle in particolari contesti, ma si è sempre rifiutato perché è un sistema di diffusione della poesia che il MEP non riconosce come utile né libero.>>(2).
2) Per quel che riguarda la fondazione Wu Ming, il discorso cambia nella specificità degli obiettivi, ma non nello spirito “open”, di comunità né negli strumenti. Non essendosi sottoposti alla mia intervista, ho ricavato informazioni dal materiale online che mi hanno segnalato. Anche i Wu Ming nascono da uno scopo preciso: <<raccontare storie con ogni mezzo necessario>>.In origine erano organizzati nel Luther Blissett project: il nome è di un personaggio fittizio che si fece definizione collettiva di gruppi di artisti e attivisti di vari paesi, formatisi per creare agitazione nel mondo dei media con falsi miti e smascherando così la superficialità dei mezzi di informazione nel fare ricerche e fornire notizie. Ne nasce un gruppo ristretto di quattro membri del Blissett Project bolognese, che esordisce con il romanzo Q.

I temi delle loro opere (toccano tematiche controverse della storia americana) , il nome (“wu ming”significa “senza nome”), il terremoto innovativo della scelta di tutela di “Q” attraverso licenza copyleft (nel 1999), il lavoro di scrittura collettiva, l’obiettivo del loro agire fin dai tempi di Luther Blissett (palesare la poca professionalità dei mezzi di informazione) sono tutti elementi caratteristici del collettivo che ora vedremo nel dettaglio. Infatti, come per il MEP, si può parlare di scrittura con uno scopo specifico, un valore che vada oltre il profitto (anche se vendere le opere è un obiettivo secondario del collettivo): creare una comunità di sostenitori, lettori partecipanti, sensibilizzarli a certi temi.
Questo a partire dalla licenza copyleft delle loro opere, riproducibili e fruibili gratuitamente, ma anche dalla sezione “Sostieni il nostro sbattimento online”, area dove è possibile fare un ‘controdono‘ economico al progetto Wu Ming, oltre che inviare feedback di ‘incoraggiamento‘ e ‘sostegno’. E la differenza tra lettori e autori si fa sempre più sfumata. A confermarlo un ulteriore espediente di contatto tra collettivo e sostenitori: il Wu Ming Lab, una stanza dove incontrarsi e confrontarsi, dove convogliare la nostra esperienza di narratori e docenti. Come per Stefano Andrini, anche per questa fondazione l”aver vissuto da vicino gli anni della controcultura anni ’70 delle radio libere, dei gruppi hardcore-punk che si autoproducono rinunciando al controllo SIAE, sono elementi fondanti. Nel caso dei Wu Ming, infatti, è nato il Wu Ming Contingent, progetto musicale derivato da un gruppo punk italiano del 1995 (Nabat) di cui era membro un componente dei Wu Ming.
Nel caso di questo collettivo, i valori delle comunità hacker anni ’70 sono incarnati nell’identità stessa del gruppo che non concepisce la scrittura (sul web e non) se non come agire ‘comunitario'(3).
3) Arriviamo all’associazione “Venti d’autore”. Pur non essendo direttamente autori, è un collettivo che ha fatto della distribuzione e diffusione di opere di terzi il suo mezzo espressivo, sul web e nella loro città. Il fenomeno è, se vogliamo, simile a molti altri casi nelle azioni online di collettivi e gruppi culturali e non, come le ‘fansub’ di serie tv o cartoni animati stranieri, che mettono in streaming puntate in lingua originale su un hub italiano e vengono tradotti sottotitolati dai loro membri; oppure come faceva l’organizzazione “iquindici” (inattiva dal 2010) che, ispiratasi apertamente allo stile Wu Ming, aveva costruito un gruppo dedito alla lettura, recensione di opere letterarie inviate da sostenitori e simpatizzanti del suo manifesto.

Pur rimanendo fisso l’obiettivo di diffondere e far circolare cultura, opere ritenute significative (<< abbiamo cercato fin dall’inizio di valorizzare giovani talenti, poco conosciuti, e allo stesso tempo stabilire un dialogo tra le diverse arti esistenti>>), l’associazione Venti d’Autore ha sposato le licenze di tutela copyleft, che ritiene fondamentali per raggiungere il suo scopo(4).

Conclusioni
In conclusione, l’analisi appare sufficiente per affermare che una produzione letteraria “aperta”, libera sul Web sembra legarsi con molta più facilità a gruppi, comunità di autori con duplice identità online/offline, fondati su un obiettivo comune, piuttosto che come scelta del singolo individuo, nella maggioranza dei casi volto alla ricerca di successo personale. Ecco che allora la definizione di “dono” nella produzione Web si amplia: non c’ è più solo un do ut des nella speranza di ottenere qualcosa per sé in quanto singoli autori, ma esiste un “dono” in quanto attività, contenuti condivisi per altro, ma soprattutto condivisa con gli altri, come una entità unica per un obiettivo psico-sociale che supera il concetto stesso di “autore”, che trascende il risultato economico. Per fare questo, i gruppi analizzati si sono serviti, tutti e tre, delle licenze copyleft, laddove i singoli intervistati/analizzati all’interno delle communities sui social non ne sono a conoscenza oppure non li considerano adeguati per la tutela delle proprie opere in relazione ai loro obiettivi (farsi conoscere).

A cura di Giovanni Sommavilla

Note:

  1. Le risposte sono frutto di un’intervista, conversazione telefonica con l’autore
  2. Le risposte sono frutto di analisi della sezione “FAQ”, “Manifesto”, “Statuto” del sito ufficiale del MEP, nonché risposte derivate da conversazione telefonica
  3. I dati sono stati ricavati da analisi del sito e blog della fondazione Wu Ming.
  4. Le informazioni sono frutto di analisi del blog e pagina Facebook dell’associazione, nonché intervista somministrata via email. Domande e risposte complete.

 

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