Charlie Hebdo, rischi della comunicazione: intervista a Mauro Sarti

Per la seconda delle interviste sul tema dell’attentato a Charlie Hebdo, la redazione Compass ha interpellato Mauro Sarti, giornalista e docente di Comunicazione Giornalistica nella nostra Università. Il professor Sarti si occupa spesso di giornalismo sociale, quella parte del giornalismo attenta ad una informazione corretta e priva di pregiudizi, nei temi ma soprattutto nel linguaggio. Trattandosi di un attentato rivendicato all’interno di una vera e propria guerra di religione, abbiamo approfondito con lui il tema del rischio del parallelismo tra musulmano, fondamentalista e terrorista, nonché il problema dei confini, nella satira e nella libertà di espressione.

Professor Sarti, dal punto di vista del giornalismo sociale, com’è stata presentato l’attentato? Ha notato una criminalizzazione dell’Islam sulla stampa, oppure no?

Premesso che è stato un avvenimento clamoroso, di portata mondiale, che non si può leggere con le lenti del giornalismo sociale, io ho letto i giornali italiani, e francesi e spagnoli per l’estero, e non mi sembra, parlando di grande stampa internazionale, che sia stato fatto un lavoro scorretto. Certo con un avvenimento di così grande portata era difficile sbagliare. Poi si possono sempre cogliere tra le righe accenti sbagliati e problemi. E’ chiaro che il tema della criminalizzazione è molto facile, anche perché la notizia si presta ad essere male interpretata. Per esempio, Il Giornale: non mi ricordo il titolo esatto, comunque buttava il peso sulla violenza dell’Islam. Quindi bisogna considerare anche la linea editoriale del giornale.

Secondo lei la vicenda Charlie Hebdo ha avuto o potrebbe avere delle conseguenze sulla presentazione giornalistica delle diversità (in questo caso culturali)?

Assolutamente sì, come tutti i grandi eventi epocali; infatti Charlie Hebdo è stato paragonato alla tragedia delle Twin Towers. Questa tragedia ha fatto riflettere il mondo e ha fatto avvicinare molti al giornale, che era sconosciuto al grande pubblico. Charlie Hebdo ha fatto riflettere sul linguaggio, sull’approccio all’Islam, e sui confini della satira.

Ecco, parlando di confini della satira: premesso che satira e giornalismo sono due cose diverse, è opportuno secondo lei porsi dei limiti, nell’esercizio dell’una e dell’altro?

Per quanto riguarda la satira non penso, perché i suoi limiti sono fatti apposta per essere superati. Poi ciascun fumettista, giornalista, disegnatore satirico può darsi dei limiti personali, e la satira può non piacere, ma in quel caso si può voltare pagina, non comprare il giornale, spegnere la tv o denunciare. Altra faccenda è la libertà di stampa, che ha ovviamente dei limiti; penso alle carte deontologiche, ai limiti per quanto riguarda la privacy e la difesa dei diritti della persona, l’orientamento sessuale, lo stato di salute, e così via.

Quindi non trova che la satira sia l’emblema della libertà di espressione, come sembra essere stato veicolato nei giorni successivi alla strage?

Assolutamente no, la satira è un linguaggio; satira e libertà di espressione sono due cose diverse. Probabilmente milioni di persone, che magari, anzi sicuramente, non conoscevano la rivista, vedendo la tragedia e il sangue si sono mossi in difesa di un principio, di un ideale. Ma sono due cose diverse.

Cambiando prospettiva; secondo lei, perché Charlie Hebdo ha fatto più scalpore di altre stragi, magari compiute proprio in quel periodo? Per esempio la strage operata da Boko Haram in Nigeria proprio in quei giorni.

Beh, questa è una domanda ovvia. L’Africa non fa notizia da sempre; fare un attentato in una delle capitali europee della cultura, sventolando la bandiera della guerra di religione, è un’altra cosa. Entrambe le stragi hanno storie alle spalle e meriterebbero di essere raccontate, ma sono due cose diverse, perché l’Occidente non ha interesse per questi luoghi dimenticati.

E secondo lei quello che è successo a Parigi può cambiare questo modo di vedere le cose?

Secondo me no; tant’è che per esempio la RAI, ma anche molti canali di informazione esteri, stanno chiudendo quasi tutte le proprie sedi di corrispondenza. A prescindere da Parigi, questo è ancora un tema lungo da affrontare. Non c’è interesse, non c’è un grande eco mediatico intorno all’Africa.

Parlando di web 2.0: come sono entrati Internet e i social media nella comunicazione sviluppatasi intorno alla strage? Che ruolo hanno avuto?

Beh, sicuramente hanno fatto vedere la loro grandissima potenza nel mobilitare l’opinione pubblica mondiale. Nel giro di poche ore, se non di pochi minuti, decine di migliaia di persone erano state coinvolte, tanto da scendere nelle piazze; se non sbaglio quella di Parigi è stata proprio una manifestazione spontanea, no? Ecco, tutto questo non sarebbe stato possibile senza internet. C’è stato sicuramente un impatto fortissimo, e moltissime persone hanno dato una risposta forte alla violenza; che apprezzassero o no le vignette sono scese in piazza con le matite in mano.

Giulia Panzacchi

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