Charlie Hebdo: etica e libertà d’espressione. Intervista a Sergio Gessi

Il professor Sergio Gessi è giornalista, insegna Etica della Comunicazione all’Università di Ferrara, è tutor alla Scuola superiore di giornalismo dell’Università di Bologna, docente ai corsi dell’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia Romagna. Attualmente dirige il quotidiano online Ferraraitalia.it. Il professore ci ha fornito il suo punto di vista sul terribile attacco terroristico subito dalla redazione di Charlie Hebdo, focalizzando la discussione sul tema della libertà d’espressione e del rapporto che intercorre con l’etica e la satira.

 

Professore, le cito la frase più usata dalla stampa per definire l’attentato ”l’attacco alla libertà d’espressione è un attacco alla libertà di tutti poiché la libertà d’espressione è il valore fondante alla base di tutte le democrazie europee”. Cos’è per lei la libertà d’espressione?
Quando si parla di libera espressione si afferma un diritto che ritengo inalienabile: quello di ciascun individuo di manifestare la propria opinione nell’intangibile esercizio del libero arbitrio. Su tale diritto si fonda la piena democrazia. Peraltro proprio la libertà di espressione e il confronto con gli altri generano quel flusso dialogico che è la base dell’etica della comunicazione: un’interlocuzione scevra da finalità di ordine strategico-persuasivo, orientata all’analisi di comuni problematiche o opportunità e finalizzata all’individuazione di soluzioni condivise. La parola è lo strumento di contatto, espressione codificata del pensiero che si manifesta in forma intellegibile per consentire la comunicazione con l’altro. Ma se viene meno la facoltà di esprimersi si interrompe il dialogo e si preclude la possibilità dell’incontro e dello scambio con l ‘altro, minando il processo relazionale con il rischio di spingere gli individui nel solipsismo: la creazione di mondi interiori nei quali ciascuno dà sfogo alla propria libera fantasia, ma senza costrutto e senza incidenza pratica, perché la realtà è un prodotto sociale che presuppone la relazione e la libertà di comunicare con gli altri.

 

Il Financial Times ha scritto che la redazione di Charlie Hebdo ha peccato di stupidità editoriale nella pubblicazione delle vignette sull’Islam. Può il sentimento religioso essere un parametro di limitazione della libertà d’espressione?

– Sullo stesso tema si è espresso papa Francesco, che in questo caso mi ha spiazzato negativamente. Come ha scritto Massimo Gramellini sulla ”Stampa” mi è sembrata uno scivolone la metafora del pontefice che agita il pugno, intimando l’alt e invocando una sorta di moratoria di fronte a temi considerati intangibili, citando le religioni e la mamma come valore e incarnazione del bene supremo. Verrebbe inficiata la libertà d’espressione se ognuno di noi compilasse, sulla base della propria bussola valoriale, la lista di ciò che considera soggettivamente bene intangibile. Il diritto d’espressione è normato da leggi che ne riconoscono la libertà e prevedono sanzioni per le affermazioni mendaci e lesive di interessi altrui. Al di fuori di questo non ci possono essere altri legittimi impedimenti né si possono considerare accettabili sanzioni stemperate (come il pugno del papa) con funzioni di avvertimento e dissuasione…

 

Anche Charb, il direttore di Charlie Hebdo, ha affermato che l’unica limitazione riconosciuta alla libertà d’espressione è ciò che stabilisce la legge. Sotto il profilo etico non ci sono obiezioni?

– Entriamo nella classica disputa tra il piano dell’etica, dove ognuno di noi mette in campo la propria sensibilità, e il piano della legalità. Appellarsi all’etica aprirebbe sconfinate frontiere di discrezionalità, poiché l’adesione all’orizzonte assiologico è prerogativa individuale. Ci sono due piani distinti: quello della giustizia intesa in termini etico-morali che orienta i comportamenti e quello del diritto prescrittivo che li charliedisciplina. Kant su questo tema ha lungamente dissertato riconoscendo come “la legge più rigorosa possa determinare il sommo dell’iniquità”. Ma non c’è rimedio, né alternativa. C’è un codice legislativo: le leggi vanno rispettate. E se le si considera iniqu
e ci si impegna per cambiarle. Ma fintanto che sono vigenti impegnano tutti al rispetto nei limiti stabiliti. E’ un imprescindibile elemento di certezza per tutti. Perciò concordo con le parole di Charb.
L’eventualità che la legge non punisca un determinato comportamento considerato inopportuno non significa che il tema non vada dibattuto. Anzi. Una tale prospettiva comporta la necessità di un salutare confronto da svolgere argomentando tesi e antitesi, mostrando l’inopportunità, l’inadeguatezza, la volgarità di ciò che viene affermato o pubblicato e che non si condivide. Tutto però, laddove non vi sia violazione della legge, va respinto sul piano dialettico, senza invocare la censura che rappresenta un impedimento alla libera espressione.

 

Charlie Hebdo è un giornale satirico. Charb, diceva cha la satira “permette di sublimare la violenza: chissà cosa saremmo diventati senza la matita”. Cosa pensa della satira?

– Ritengo che la satira sia una forma d’arte. Perciò deve essere libera. Il pubblico può giudicarla considerandone il senso e decretandone il valore, ed eventualmente respingerla attraverso la forma dello sdegno. Sono a favore della satira, ne vedo i rischi, ma ne considero la grande funzione catartica. Penso sia un potente detonatore perché porta alla superficie temi che urtano la nostra sensibilità, scuotendoci dal torpore dei nostri stereotipi. Partendo da un nervo scoperto, ci aiuta a uscire e scuoterci dall’ipocrisia, generando un confronto autentico senza infingimenti. Saltano, in tal modo, tutti i meccanismi di compensazione che regolamentano il dibattito. La satira si scaglia contro tutte le forme di potere, le sopraffazioni, quelle socialmente bandite e anche quelle sottaciute: denuncia qualcosa che aleggia su di noi ma talvolta pare indicibile. E’ il non-detto che la satira va ad amplificare, scardinando i canoni fondamentali della comunicazione eticamente corretta o presunta tale.

 

Nel suo curriculum ci sono direzioni di quotidiani cartacei e online. Qual è la differenza nel dirigere ai tempi del web 2.0?

– Partiamo da un dato di fatto: il web ha sovvertito il panorama dell’informazione. Oggi il direttore di una qualsiasi testata, anche cartacea, deve considerare le logiche della comunicazione in rete e tenerne conto nel compiere le proprie scelte. Il web è un oggetto bivalente. Da una parte riapre un canale di espressione per quella che un tempo era definita controinformazione. Ma c’è l’altra faccia della medaglia: chiunque può inventarsi giornalista, propagandando scientemente (o magari anche inconsapevolmente) informazioni forvianti. Il rischio esiste quando si surroga la funzione sociale del giornalista, senza essere adeguatamente attrezzati. Gli operatori dell’informazione svolgono un servizio fondamentale e delicato e hanno grandi responsabilità sociali. Occorre saper padroneggiare i ferri del mestiere e avere interiorizzato il codice deontologico. Se no si rischia di fare gravi danni: manca tutto il lavoro di verifica delle fonti che il professionista è tenuto a fare. La viralità del web annulla ogni possibile rettifica, strumento salvifico per il giornalista tradizionale. Nell’ipotesi di un errore, milioni di persone non avranno la smentita.

 

In conclusione: è possibile fare un giornalismo eticamente corretto, che tenga conto della multiculturalità in cui viviamo?

E’ possibile fare giornali che diano voce a tutti. Bisogna uscire dalla logica delle crociate dove ciascuno ha certezza di ciò che pensa e avverte la necessità di affermare il proprio verbo. Solo indagando gli orizzonti con occhi puliti si definiscono elaborazioni intellettuali autonome che recepiscono la pluralità e la complessità dei punti di vista. E’ onesto fare emerge ciò che di sensato c’è in ogni cultura e al contempo segnalare le incongruenze senza reticenza. Ma solo educandoci al reciproco rispetto e sostituendo la diffidenza con la curiosità potremo ambire a una pacifica condivisione e soluzione dei problemi in termini cosmopolitici.

Francesca Ferracini

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