Manie di persecuzione? No, Web Reputation!

Conversazioni, post e commenti, retweet e condivisioni: per quanto la privacy dei nostri profili social possa essere impostata su livelli elevati, molte piattaforme monitorano queste informazioni, utili alla “web reputation”.

Apparecchi di questo tipo permettono un’analisi dettagliata dei documenti all’interno dei quali viene rilevata la parola chiave scelta come focus della ricerca: la keyword. La keyword può essere settata con parametri diversi quali operatori logico-semantici, parentesi graffe e tonde, lingua, Paese e molto altro. È possibile creare dei  pannelli di controllo che permettano di monitorare più parole chiave combinate tra loro, settando anche il periodo di riferimento di queste keyword.

Per quanto esistano molti sistemi che provvedono a queste operazioni, il funzionamento resta quasi sempre il medesimo (cambiano solo i tool di analisi messi a disposizione dalle case produttrici). Il sistema scandaglia i vari canali informativi e controlla le menzioni della parola chiave. Facile comprendere che nel momento in cui questa parola chiave sia il nome di una persona si sta facendo un tentativo di personal branding; se si tratta di un marchio si parla di brand reputation; e se si sceglie il nome di un prodotto si sta facendo un’analisi della percezione del valore del servizio offerto al cliente, anche in relazione ai concorrenti.

Un software come questo è Brandwatch.

brandwatch

Apparecchiature sofisticate come queste, mettono in campo una serie di algoritmi tali per cui le menzioni della parola chiave vengono contrassegnate con una etichetta di sentiment positivo, neutro o negativo a seconda del tono della citazione in cui è rilevata la keyword. Se questo vi sembra un vantaggio, scopriamone allora subito gli aspetti negativi.

Apparecchiature come questa restituiscono risultati soddisfacenti a livello quantitativo ma non riescono a rilevare né la polisemia, né la sinonimia, né l’ironia con cui vengono fatte le menzioni, classificando quindi come positive e negative, delle menzioni che in realtà apparterrebbero alla polarità opposta all’etichetta assegnata, o procedendo a monitorare anche parole che non corrispondono semanticamente alla keyword ricercata.

Queste analisi richiedono per questo motivo che l’analisi venga approfondita sempre da un addetto umano. Ciò non toglie che si tratti di uno strumento utile, ad esempio, a conoscere meglio quello che gli altri percepiscono circa persone, brand, prodotti e servizi, andando a rintracciare ipotetici sbocchi commerciali e rendendo performanti le proprie scelte di mercato. Permette anche di avere un’idea chiara di chi siano influencers e argomenti maggiormente rilevanti nelle discussioni rintracciate durante un periodo di crisi, decidendo dove, su chi e come intervenire per il crisis management.

Ancora convinti che settare i nostri profili su “privacy elevata” sia sufficiente a nascondere quello che non vogliamo si sappia di noi?

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