Gli studenti e il mondo dei questionari per la valutazione didattica

“Eccoli, mi sembrava strano che quest’anno non fossero ancora arrivati. Ma secondo voi qualcuno li legge? Perché se ci pensate, sarebbe una figata se ai prof interessasse davvero il nostro parere…”, dice una ragazza alle sue compagne mentre mi sorride e porge la mano per ricevere il suo questionario della valutazione della didattica. Quando mi reco nell’aula magna della Scuola di Scienze Politiche è un mercoledì mattina di dicembre e una cinquantina di studenti del corso di laurea in Comunicazione pubblica e d’impresa assiste a una delle ultime lezioni di una materia obbligatoria. Il professore e gli studenti, forse impazienti di terminare in anticipo la lezione, mi stavano aspettando per la ormai nota attività di valutazione dell’insegnamento.

Dal punto di vista tecnico, la valutazione da parte degli studenti frequentanti, introdotta con la legge 370 del 1999, costituisce uno dei parametri di riferimento per la quantificazione della quota premiale del FFO – fondo di finanziamento ordinario – che costituisce la principale fonte di entrata per le università statali italiane ma al di là dell’aspetto meramente legislativo quello che vorrei raccontare con questo post è la mia testimonianza di rilevatore della valutazione didattica. Nelle classi, spesso mi sono sentita come una sorta di “Big brother” con la possibilità di osservare e curiosare gli atteggiamenti dei presenti durante la compilazione del questionario, di cogliere gli sguardi difronte all’introduzione che ne fanno i docenti, di catturare lo scambio di impressioni tra colleghi.

I casi sono ovviamente molteplici, per citare i più comuni: c’è chi coglie l’occasione per lasciare prima l’aula, chi copia le risposte dal compagno, chi tralascia totalmente la parte delle domande aperte, chi al contrario non ha abbastanza spazio per scrivere tutto ciò che vorrebbe.  Se posso sbilanciarmi nell’interpretazione dei diversi atteggiamenti, credo che siano conseguenza del tipo di introduzione che i professori danno allo svolgimento della valutazione e soprattutto della percezione del ruolo di quell’insegnante da parte degli studenti. Se il suo ruolo è riconosciuto, gli studenti sembrano essere molto più motivati a esprimere i loro consigli e a dedicare attenzione all’attività di valutazione.

Nonostante questa varietà di atteggiamenti sembrano essere tutti accumunati da un minimo comune denominatore, il dubbio che ha espresso quella studentessa in aula: “Hanno davvero una utilità i questionari di valutazione della didattica?

Non so dare una risposta certa, probabilmente perché non è possibile. Vorrei però soffermarmi sulla parte che è a mio parere la più interessante del questionario, quella relativa alle domande aperte che a distanza circa di un anno viene direttamente inviata ai docenti valutati. Su ciò non è possibile dare dati certi relativi all’utilità del questionario: tutto è rilegato all’utilizzo che ne fanno i professori. Entra in gioco la sfera personale del docente come individuo, la considerazione attribuita alla customer satisfaction in questo caso di noi studenti e la capacità nonché l’interesse a riorganizzare il proprio lavoro in base alle critiche e suggerimenti per offrire un servizio sempre più efficiente e quindi di qualità.

Saper rendere utile la valutazione didattica rientra nel concetto di “buona scuola”, termine tanto abusato dalla politica in questo periodo. Essa passa necessariamente da qui: capacità di ascolto e flessibilità delle metodologie di insegnamento in funzione di chi ne è stato il diretto fruitore, noi studenti, appunto.

La parola adesso va a noi studenti, cosa ne pensate dell’attività di valutazione degli insegnamenti? Come può essere sfruttata per renderla veramente utile?

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