I miei giorni a Budapest. Cronache magiare di un espatriato bolognese

Sono capitato qui a Budapest un po’ per caso. Quando mi sono candidato per il bando di mobilità che mi ha portato qui – un progetto di Ater Emilia-Romagna legato al terremoto del 2012 – non nutrivo molte speranze di essere selezionato, e per diverse ragioni non avevo preso in considerazione questa città. Pensavo al tranquillo ed efficiente Nord Europa, e invece…
Ero già stato qui nell’estate di dieci anni fa, per un bellissimo inter-rail in compagnia di amici. Quella volta l’incontro con Budapest mi aprì le porte dell’Europa orientale, una passione e una conoscenza che negli anni successivi avrei approfondito bene.

Al di là dei confini politici, Budapest è da sempre la “capitale” di questa fetta d’Europa, un ruolo che durante l’Impero austro-ungarico era anche ufficiale. Una macroarea che pur essendo distinta in tante anime diverse, ha in comune un mix di contraddizioni che ne delineano l’anima: passionale ma un po’ malinconica, vivace e disgraziata, orgogliosa ma quasi sempre “sconfitta”, paciosa ma dinamica, scassata ma a suo modo efficiente, stracciona ma godereccia.
Un modo di vivere che  a volte fa rabbia, ma spesso diverte.

8082265289_c4684a7f4e_mEcco, Budapest è il centro gravitazionale di questo mood est-europeo. Ne è la sintesi e – appunto – la capitale morale.
La città è frizzante e non dorme mai. Per spassarsela è il paese dei balocchi: c’è sempre qualcosa da fare e si spende poco, che non guasta.

Budapest ha tante facce. Da un lato si culla un po’ troppo nel passato che fu, mentre dall’altro – sempre per quel gioco di contrasti – si volge quasi morbosamente verso il futuro, almeno nel rapporto tra economia e tecnologia. La storica passione degli ungheresi per le discipline tecniche oggi va a nozze con l’informatica e il mondo del Web, che hanno un ruolo decisivo nell’economia nazionale. Un motivo in più per condannare la famigerata tassa su Internet del governo Orbán, che qualche settimana fa ha portato tanta gente in piazza, me compreso. La manifestazione più partecipata ha fatto notizia anche sui media “occidentali”.

Al di là di tutto, la situazione dell’Ungheria non è certo delle migliori, sia dal punto di vista politico e sociale che, in un certo senso, anche sul piano culturale. Qualcosa però inizia a cambiare. Anche grazie ad amicizie pregresse, conosco già molti ungheresi e mi fa piacere confrontarmi con loro. Le opinioni, almeno fra gli under 40, sono quasi unanimi. Ben diversa è la tendenza fra gli adulti e gli anziani.

Lavoro per un’agenzia che si chiama Ad Futurus, fondata da giovani ungheresi e nella quale collaborano stagisti provenienti prevalentemente – non a caso – dall’Europa sud-orientale. Mi occupo di comunicazione, marketing e parte commerciale nell’ambito di due progetti. Il primo, Easy go to USA, è un’affermata piattaforma di reclutamento e consulenza per giovani atleti europei che vogliono frequentare il college negli Stati Uniti, beneficiando di una borsa di studio sportiva. Qui apro una piccola parentesi. La voglia d’America è un’altra costante da queste parti. Come testimoniano i risultati elettorali, invece, quella di Europa lo è molto meno. Di contro, la voglia di Italia resta molto forte. L’Europa orientale, tra l’altro, è una delle poche parti del mondo in cui l’italiano si insegna stabilmente nelle scuole.

Il secondo progetto al quale collaboro, Derigo.me, è un portale di social traveling, per saperne di più rimando al sito. Entrambi i progetti sono interessanti e stimolanti, così come lo è l’ambiente di lavoro, giovane e informale. Il più vecchio della truppa è il sottoscritto. Salvo piani di fuga dell’ultim’ora, starò qui fino a Natale, il mio tirocinio dura tre mesi.

Abito nell’antico quartiere ebraico di Erzsébetváros, che oltre a vantare la sinagoga più grande d’Europa, oggi è il centro della vita notturna di Budapest. Ho trovato casa in uno dei tantissimi, bellissimi e malconci palazzi art nouveau – anzi, szecessziós, come si dice qui – che contribuiscono a dare alla città quell’aura di imponenza decadente, di bellezza in rovina.

I miei coinquilini inglesi non amano lavare i piatti, ma sono gentili e simpatici. Il primo, James, è un’aspirante scrittore che nel frattempo dà lezioni di inglese – come molti suoi connazionali – mentre l’altro, Ed, è un ricercatore universitario che studia il funzionamento del cervello: british humor e parlata alla Mr. Bean, niente male.

Bene, non mi resta che consigliare un’esperienza di studio, lavoro o almeno di viaggio da queste parti. Sempre che non si disdegnino troppo le saporite specialità della cucina magiara, la più pesante del mondo.
Budapest per me è una città del cuore, e di sicuro lo sarà ancor di più alla fine di questa esperienza. Lo è anche perché qui è “nato” uno dei miei grandi eroi: il piccolo Ernő Nemecsek. Se si ignora di chi stia parlando, si corra a leggere I ragazzi della via Pál! Uno dei più bei libri di sempre lo ha scritto un ungherese ed è ambientato qui, a un chilometro da casa mia.

Spunti propedeutici al viaggio:

Libri: I ragazzi della via Pál di Ferenc Molnár; La leggenda di Pendragon di Antal Szerb; Le braci di Sándor Márai
Film: Le armonie di Werckmeister di Béla Tarr; Grand Budapest Hotel di Wes Anderson

Matteo Garuti

Credist foto: Moyan Brenn, http://www.flickr.com 

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