Why war?_Day 5: accelerazioni e trasformazioni

Venerdì 14 novembre, nell‘ Aula Poeti di Palazzo Hercolani, si è tenuto l’ultimo incontro della rassegna Why war?, ciclo di incontri e riflessioni sulla Grande Guerra. Parole chiave del giorno: accelerazioni e trasformazioni.

Il pomeriggio si apre con Giampiero Giacomello che ci racconta delle accelerazioni e trasformazioni della Grande Guerra in senso tecnologico. Il ricorso alla tecnologia per risolvere i conflitti è un comune denominatore per tutte le guerre, soprattutto quelle di lunga durata. Si pensa infatti che la tecnologia renda dominanti sul campo e conduca a vittoria certa. In realtà non si considera che gli esseri umani sono resilienti e che il meccanismo dell’accelerazione induce il nemico a copiare e superare l’avversario. I tedeschi avevano un’industria chimica molto avanzata e furono i primi ad usare il gas nervino.

fotoAlla fine del conflitto tutti i paesi coinvolti li avevano studiati ottenendo la stessa competenza sull’uso delle armi chimiche. Un altro esempio dell’accelerazione tecnologica legata alla guerra lo incontriamo nel settore dell’aeronautica: inizialmente la forza aerea dei paesi belligeranti era composta da poche unità mentre alla fine tutti gli stati possedevano migliaia di aerei. Con la pace si tagliarono le spese militari, tra cui anche quelle del settore aeronautico. Il trasporto aereo rischiava una lunghissima fase di stagnazione. Il settore civile decise di impiegare il mezzo aereo come elemento di comunicazione per l’industria privata,velocizzando lo scambio e incrementando il turismo e si avviarono massicci investimenti. In conclusione, se pensiamo agli oggetti ideati e fabbricati durante il conflitto, successivamente elaborati e utilizzati in tempo di pace, si può affermare che ogni guerra produce un’accelerazione tecnologica con effetti anche nel settore civile.

A seguire, nel suo intervento, Franco Piro pone l’accento sull’aspetto finanziario –economico che comporta l’accelerazione della guerra. E’ l’esplosione di un meccanismo di relazione tra gli stati che corrisponde al debito pubblico contemporaneo, afferma.
Lo stato si è sempre accollato il debito cercando di evitare la violenza degli uomini verso gli altri uomini. La fotografia economica del 1913 delineava il primato europeo dei traffici e dei commerci: Inghilterra, Francia e Germania erano i massimi esportatori dentro e fuori dall’Europa. L’intreccio economico e finanziario ci dice che non conviene fare la guerra e anche il premio Nobel Norman Angell nel suo libro “La grande illusione” è dello stesso parere.
La capacità di previsione degli economisti si rivelò esattamente contraria a ciò che avvenne: in quel periodo l’Europa è il banchiere del mondo, ma tra la prima e la seconda guerra mondiale abbiamo il declino e l’affermazione di una nuova egemonia mondiale, quella americana. Concludendo, ricorda che le radici della supremazia finanziaria americana si trovano in parte, nelle condizioni di pace che Angell definisce ”schiavitù”, imposte alla Germania dove inglesi, francesi e gli Stati Uniti prepararono le basi per lo scoppio di un altro conflitto mondiale.

Un visione prettamente occidentale-eurocentrica della prima guerra mondiale viene poi ribaltata e smentita da Antonio Fiori. Le diverse connessioni tra la grande guerra ed il continente asiatico documentano l’internazionalità e transnazionalità del conflitto. L’esempio è la centralità rilevante del Giappone dove il processo di accelerazione e trasformazione ha portato a profondi mutamenti politici, economici . Dal 1913 al 1922 si assiste ad un boom economico: transizione netta da una condizione di preindustrializzaione alla piena industrializzazione. A seguito del forte processo di urbanizzazione il tessuto sociale muta con la nascita del nuovo ceto medio e della società di consumo di massa. Il nuovo impulso all’istruzione, la creazione dell’università e la crescita degli organi di informazione portano il Giappone a diventare un protagonista della scena mondiale.
In politica interna assistiamo al passaggio dalla rappresentanza politica non eletta alla formazione di partiti politici ben delineati. Per quanto riguarda la politica estera, c’è una nuova visione del mondo: i giapponesi comprendono la necessità della cooperazione internazionale e si impegnano per una pace duratura. Il pacifismo giapponese, sostenuto dall’imperatore Hirohito, porta ad una drastica riduzione delle spese militari e al disarmo. Il principio di Hirohito “illuminazione delle menti delle persone e armonia tra le nazioni” contrasta con il giudizio della storiografia moderna che lo considera responsabile dei successivi e disastrosi eventi bellici.

B2arkQdIgAAqZQH.jpg largeL’ultimo intervento è stato quello di Andrea Lollini, che ci parla del grande protagonista della prima guerra mondiale: lo stato liberale composto dagli uomini nuovi, i borghesi, che si ritrovano a governare con i vecchi aristocratici.
Lo stato liberale è basato su una rappresentanza limitata, è compatto e monoclasse. All’esterno c’è la pressione delle masse popolari che chiedono a gran voce di poter entrare “nel giardino dei diritti”, vogliono rappresentanza e tutela. In questo campo abbiamo trasformazioni economico-finanziarie e accelerazioni di modelli giuridici perché lo stato liberale a cavallo tra le due guerre si trasformerà. Lollini sostiene che nell’ottica giuridica dei modelli costituzionali possiamo parlare di un’unica guerra che inizia nel ‘900 e finisce nel 1945 trasformando lo stato liberale nel costituzionalismo liberal-democratico attuale,con caratteristiche precise di apertura della rappresentanza,allargamento della sovranità e giustizia costituzionale.

A conclusione della tavola rotonda, coordinata da Raffaella Gherardi, ha preso la parola Daniela Giannetti, Preside della Scuola di Scienze Politiche, che con soddisfazione ha ringraziato tutte le persone che hanno collaborato alla realizzazione della rassegna, ma soprattutto gli studenti e i cittadini che hanno partecipato numerosi agli incontri tra Bologna e Forlì.

Francesca Ferracini

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