Why war?_Day 3: le masse, tra propaganda e censura

Continuano nell’ Aula Poeti di Palazzo Hercolani, a Bologna, gli incontri della rassegna Why war? per mantenere il ricordo di un fatto che ha segnato la storia come prima esperienza di modernità: la Prima Guerra Mondiale.
Giornata particolarmente interessante quella di ieri, per noi studenti del Compass. Dopo una prima presentazione a cura di Filippo Andreatta, Sergio Belardinelli e Loris Zanatta del libro di Aldo Cazzullo, La guerra dei nostri nonni. 1915-1918: Storie di uomini, donne, famiglie, sono intervenuti, tra gli altri, i nostri docenti Pina Lalli, Saveria Capecchi e Roberto Grandi, fornendoci attraverso immagini e filmati d’epoca, interessanti considerazioni sul tema delle masse: propaganda e censura.

All’evento era presente lo stesso autore del libro, Aldo Cazzullo, giornalista di fama mondiale che ha raccontato tra i tanti eventi importanti nel mondo, la morte di Papa Wojtyla, le reazioni del mondo arabo all’attentato dell’11 settembre e l’elezione di Obama, oltre ad aver già scritto oltre 10 libri dedicati alla storia e all’identità italiana.

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Aldo Cazzullo – giornalista

Il libro viene presentato come una raccolta di storie di uomini, ma anche di donne, ed è proprio questo il punto su cui si è sofferma l’autore e su cui in seguito continuerà, con un’attenta analisi, la professoressa Capecchi.
La prima guerra mondiale dal punto di vista delle donne, quindi, proprio perché questo evento viene spesso raccontato come fosse un fenomeno prettamente maschile. Quelle donne che sono andate al fronte: crocerossine, spie, prime inviate di guerra; quelle che sono rimaste in casa a badare alla famiglia tenendo sempre l’orecchio teso verso qualsiasi informazione su quel che stava succendo al fronte. Quelle donne, che sono andate lavorare nei campi, per sostituire quegli uomini che erano partiti per  combattere a sostegno di una patria in cui non sempre si riconoscevano, come osservato da Belardinelli. E quelle donne, che in ogni famiglia, hanno custodito frammenti di storia nazionale. Le custodi dei ricordi dei mariti, o forse, come sottolinea ancora Belardinelli, “le custodi dei mariti dai ricordi..”.

Una storia fatta di storie, dunque, ma anche una “storia leggibile” come sottolinea lo stesso storico  Zanatta, che continua complimentandosi per l’opera, dicendo: “gli storici, spesso, devono imparare dai giornalisti che sanno come scrivere la storia”. Questa storia è un evento non solo antico ma allo stesso tempo moderno, sostiene in seguito Andreatta, che partendo da alcune immagini di trincee, sicuramente un contesto significativo per le storie da raccontare, arriva a ribadire come gli eserciti abbiano innovato il modo di fare la guerra, una guerra moderna, dunque, in cui sono state calcate nuove dimensioni, gli aerei in cielo e i sottomarini in acqua. Una guerra fatta da soldati moderni, indottrinati, che combattono in squadre. Un capitale umano da non dimenticare, perché infondo, non sono tempi così lontani, parliamo dei sacrifici dei nostri nonni/e o bisnonni/e così come anche di quei padri, “che non sono diventati padri..”

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Da sinistra: Fabio Giusberti, Aldo Cazzullo, Filippo Andreatta, Loris Zanatta

Dopo la presentazione si è svolta una tavola rotonda sui temi della censura e della propaganda. Il primo intervento è stato quello di  Gianfranco Baldini, che in merito al tema delle masse sottolinea come dopo la prima guerra mondiale, in Italia e ovunque, l’accesso di queste in politica sia avvenuto in modo piuttosto conflittuale, evidenziando lo sviluppo di condizioni che hanno facilitato una de-democratizzazione (fascismo; biennio rosso 1919-20). Si apre così, il dibattito su propaganda e censura.

Il successivo intervento, a cura di Saveria Capecchi, si ricollega al discorso sulle donne della prima guerra mondiale. Mostrando immagini e analizzando nuovi ruoli e nuove rivendicazioni femminili, viene ribadito ancora una volta il concetto di una “storia è fatta da uomini e donne”.  Le donne hanno aiutato gli uomini a fare la guerra e hanno servito la patria attraverso le tante ausiliarie di guerra, le donne che si sono occupate di vettovagliamento e confezionamento degli indumenti per i soldati, delle attività commerciali, dell’industria bellica, dell’ amministrazione pubblica, etc..

Questa guerra, ha dunque, dal punto di vista dello studio di genere, contribuito alla trasformazione dei rapporti tra i sessi ed al processo di emancipazione femminile. Processo che però, con la fine della guerra viene bloccato, con la smobilitazione femminile perché restituisse sicurezza all’identità maschile. Ed ecco che viene ripristinato il vecchio ordine delle cose esaltando il ruolo della donna-madre che dovrà aspettare fino al 1946 per avere il diritto di voto.

Parlando di marketing della guerra Roberto Grandi, si è soffermato sulle strategie di propaganda utilizzate negli USA, là dove è nato il marketing della Prima Guerra Mondiale, là dove la guerra, l’oggetto più difficile da vendere, è stata venduta a tutti grazie ad una pianificazione attenta dei media.
L’attenzione di uomini, donne e bambini veniva catturata attraverso una propaganda che puntava verso chiunque fosse in grado di comprendere un’immagine. Si invitavano le stelle di Hollywood ai comizi per far partecipare le masse; si formavano degli individui, detti Four Minute Man, perché intervenissero durante gli eventi, facendo discorsi mirati ad inviare messaggi positivi nei conforni della guerra e negativi nei confronti della Germania. Gli slogan, nella cartellonistica, contenevano elementi di educazione civica, religiosa e spesso personaggi femminili per attirare l’attenzione. Questa era la strategia per far in modo che la guerra venisse accettata dal basso.

“La guerra è stata venduta ma anche censurata” così che comincia l’intervento di Pina Lalli, che attraverso la lettura di lettere, diari dal fronte e mostrando immagini di grande effetto ha portato l’auditorium a riflettere su di un tema che raramente viene trattato in contesti come questo: il pudore nel mostrare i corpi dei feriti.
Durante la guerra, le poste in gioco sono umane, sono di massa e quindi di tutti. Vari artisti che hanno partecipato alla guerra hanno raccontato le loro esperienze sensoriali sul fronte, esperienze crudeli, fatte di odori, immagini.
Otto Dix, per esempio, parte in guerra da nazionalista e torna disegnandoci la guerra come una grande menzogna, e la posta in gioco è di immagine e di scienza, perché le vittime della guerra sono anche quelli che sono morti qualche anno dopo la guerra: i mutilati, gli sfigurati, le vittime di quei casi in cui “salvarsi la vita non vuol dire salvarsi la faccia” . Fotografie tratte dagli archivi sanitari, realizzate per studio e non per informare, testimoniano i progressi della chirurgia, dell’ortopedia in quei tempi e queste immagini forse, bisognerebbe trovare il coraggio di accettarle così come accettiamo i videogiochi e quant’altro.

Il dibattito si conclude con il contributo di Augusto Valeriani sulla Mediatizzazione di massa, una relazione tra gli uomini e le macchine in una guerra di materiali che ha alimentato un processo di deumanizzazione, dove la tecnologia diventa l’ideologia del conflitto e per questo, ribadisce, la Prima Guerra Mondiale dev’essere considerata la prima esperienza di modernità.

Adriana Angelieri 

Il programma completo della rassegna è disponibile sul sito ufficiale

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