Why war?_Day 1: i racconti di guerra

1914-2014, cento anni esatti dall’inizio dell’evento che avrebbe per sempre segnato intere generazioni, la Prima Guerra Mondiale. Fatto storico, politico ma soprattutto sociale. Allora come poterlo mantenere saldo nella memoria? Come poterne parlare ancora una volta per leggerne nuove sfumature?
E’ uno degli obiettivi che si vuole raggiungere con l’evento ‘Why war?’ promosso dal Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Ateneo di Bologna. Lunedì 10 novembre, nella splendida cornice dell’Aula Poeti di Palazzo Hercolani a Bologna, la prima giornata di incontri dedicata ai racconti di guerra. I docenti che sono intervenuti hanno contribuito raccontando, appunto, la Grande Guerra attraverso gli occhi degli intellettuali che l’hanno vissuta, influenzata e spiegata.

“Siamo storia, abbiamo bisogno di parlarne”, questo il saluto del Magnifico Rettore Prof. Ivano Dionigi che introduce l’evento e sottolinea l’importanza dello studio delle istituzioni, portate in primo piano grazie alla dimensione storica degli eventi. A seguire Fabio Giusberti, Direttore del Dipartimento, presenta l’intera rassegna, ringraziando tutti coloro che hanno contribuito sin dal primo momento alla realizzazione di “Why war?”.
A coordinare il susseguirsi degli interventi il Professore Cavazza, il quale sottolinea quanto la guerra sia stata sconvolgente, perché si è intrecciata con il vissuto, con l’esperienza personale di tutti coloro che ha coinvolto. Per questo venne scritta e narrata sia da storici che da intellettuali. I primi con il compito di spiegarla, i secondi con quello di darne un significato.

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Inizia Fulvio Camarano ripercorrendo gli scritti dello storico Friedrich Meinecke, informato durante un pranzo importante dell’uccisione di Francesco Ferdinando. Alla notizia esclama “Questo significa guerra!”. In realtà la preoccupazione dello storico era quella di salvare lo spirito tedesco. La guerra è stata per lui un motivo per superare il dualismo del popolo tedesco.

Indagare le cause della spinta espansionistica della Germania e i successivi problemi dovuti alle riparazioni furono alcuni dei temi ai quali si interessò Eckart Kehr, lo storico citato da Stefano Cavazza. Altro importante aspetto che viene preso in considerazione da Kehr è quello della centralità della politica interna nell’influenzare la politica estera e non il contrario come spesso si pensava.

Riccardo Brizzi presenta invece il pensiero di Marc Bloch, che visse la guerra proprio dal fronte. I suoi ricordi vengono pubblicati post morte, dove si legge un racconto di guerra senza enfasi, la ricerca del coraggio e la paura della morte, ma soprattutto dove sono descritti i piccoli piaceri della vita del soldato, come i rumori notturni o il silenzio. Bloch poi pone la sua attenzione alla propaganda e a quelle che chiama ‘false notizie’, date ai militari per incoraggiarli al conflitto. Tema caldo, quello della propaganda, se si collega alla successiva nascita dei regimi autoritari.

Pierre Renouvin, attraverso la voce di Michele Marchi, ci porta invece a scoprire quali sono, secondo lui, le origini del conflitto: la sfiducia reciproca degli attori protagonisti, il carattere rigido delle alleanze e il fattore militare, ossia l’influenza dei piani degli stati maggiori sulle azioni di tutti. La responsabilità del conflitto cade dunque sulle potenze centrali. Per Renouvin con la firma dell’armistizio nel 1918, finisce il suo studio sulla guerra. Quello che nasce dopo è un mondo nuovo, quindi materia di altri studi.

Uno sguardo al Belgio è quello promosso da Giuliana Laschi, Henri Pirenne è infatti lo storico belga che più di tutti mette in luce la situazione del suo paese nel conflitto mondiale: uno stato completamente invaso dalle forze tedesche e contemporaneamente diviso all’interno. Pirenne studia in Germania, ma a causa del conflitto sviluppa una visione dei tedeschi molto diversa da quella che si era fatto durante gli studi. L’idea di un popolo che ha abbandonato i principi della democrazia e che propone quello che viene definito ‘pangermanesimo’. Per questo nei suoi pensieri e scritti auspica al pacifismo totale.

Giulia Guazzaloca e Laura Lanzillo, propongono invece i punti di vista di due italiani. La prima presenta il pensiero di Giocacchino Volpe, la seconda quello di Giovanni Gentile.
Volpe, visto come storico della nazione, vede nella guerra l’occasione di riscatto degli italiani, il momento per spazzare via la classe liberale. Partecipa in prima persona alla guerra e soprattutto nel servizio della propaganda, per poi iscriversi al partito fascista.
Anche per Gentile la guerra può essere un momento di riscatto dalla miseria e dalla mediocrità, ma non condivide le posizioni dei nazionalisti, bensì legge la guerra ad un livello metafisico, sviluppando la filosofia dell’atto. Giolitti vede con la fine della guerra l’occasione della rottura col passato, il principio di una nuova era che garantiva il dominio del diritto.

La conferenza si conclude con Max Weber descritto nell’intervento di Angelo Panebianco. Weber era un sostenitore del conflitto, ma soprattutto del pangermanesimo. Capisce allo scoppio che la guerra può essere un dramma, ma vuole che la Germania assuma la posizione di potenza che gli spetta. Allo stesso tempo è un liberale, diviso tra insegnamento e politica, che tenta di influenzare le scelte del governo. Soprattutto teme il dominio russo, perché troppo preso dalla preoccupazione del destino tedesco.

Gli ultimi minuti sono dedicata alla visione del trailer tratto dal documentario ‘Scemi di guerra’. Indagine e riflessioni sui reduci di guerra diventati folli dal conflitto.
Oggi, 11 novembre, l’occasione a Forlì di assistere a nuove discussioni sul tema “confini”, mentre a Bologna è in programma la visione del film ‘La grande illusione’ di Renoir.

Anna Zavagnin

Il programma completo è disponibile sul sito ufficiale.

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