Donne e linguaggio: insieme per costruire un’identità di genere

Gli studi sul linguaggio di genere mostrano che la lingua, espellendo da sé ogni traccia di differenza, dia voce a un solo soggetto, apparentemente imparziale e universale, in realtà maschile. La disparità tra uomo e donna non è fondata su presupposti biologici e immutabili, non è naturale ma costruita socialmente e storicamente a svantaggio del genere femminile.

Moltissime lingue presentano sistemi di parole utilizzate solo dalle donne e altre solo dagli uomini: il gros ventre e il koasati. In giapponese per riferirsi a se stessi (‘io) gli uomini utilizzano boku, le donne watashi, in portoghese per dire «grazie» un uomo dice obrigado e una donna obrigada, in Etiopia nel Sidamo per riferirsi al «latte» le donne usano gurda e gli uomini ado. Alcuni termini sembrano rappresentare parole speciali solo per le donne, per esempio «donna in carriera» o «madre lavoratrice», sono ancora rari gli usi di «uomini in carriera» e «padre lavoratore».

Come si esprimono le donne?
Tramite un’intonazione ascendente dubitativa e indecisa nelle frasi dichiarative assertive quasi a velare e proteggere le proprie affermazioni, attenuatori (sort of, kind of), tag-questions, intensificatori, congiunzioni per segnalare cambiamenti di argomento in una conversazione, back-channels, parole come «sì?» «davvero? » o suoni «hmmm», «aaahh»; il parlato femminile sarebbe meno esplicito, meno violento, meno rude. La cortesia riduce tensioni e conflitti, maschera divergenze e contrasti e riconduce le donne al ruolo di mediatrici dei rapporti sociali, accanto alla cortesia si accompagna l’ipercorrettismo un uso delle forme linguistiche più corrette e prestigiose.

Il sessismo nella lingua italiana
Presa coscienza dell’invisibilità linguistica delle donne, anche in Italia è stato avviato un processo di valorizzazione di una lingua non discriminatoria e sessuata, nel 1987 la Commissione Nazionale per le Pari Opportunità tra uomo e donna pubblica “il Sessismo nella Lingua Italiana”, oggetto di analisi è denunciare il principio androcentrico secondo cui l’uomo è il parametro intorno a cui ruota e si organizza l’universo linguistico. La finalità dell’opera è la classificazione e analisi delle forme sessiste indirizzandosi soprattutto alla stampa e alla scuola.  Le cariche professionali femminili sono ben presenti e radicate per ruoli e mestieri tradizionalmente svolti dalle donne quali: casalinga, massaia, governante, lavandaia, infermiera, merlettaia, segretaria, nutrice, levatrice, più è rara la presenza delle donne in certi ruoli più è difficile accettarne la forma al femminile, risulta ancora inascoltabile la definizione di ingegnera, oggi la professione di ingegnere non è più unicamente maschile. Perché nella lingua non devono essere introdotti usi orali e scritti di: la preside, la senatrice, la deputata, la notaia, la vigile, la notaia, l’avvocata, l’architetta, l’ingegnera?  È possibile intervenire per correggere il linguaggio sessista?

Proposte alternative
Tra le soluzioni più comuni, si consiglia di evitare:

  • l’uso delle parole «uomo» e «uomini», sostituirle con: persona, essere umano, specie umana, genere umano, popolo, popolazione. Alternare uomo e donna, con donna e uomo, se si antepone sempre prima il maschile persisterà l’idea che il maschio sia più importante.
  • di utilizzare sempre ed unicamente il maschile neutro parlando di popoli, categorie e gruppi, e dare sempre la precedenza al maschile nelle coppie oppositive uomo/donna.
  • di accordare il participio passato al maschile quando i nomi sono in prevalenza femminili
  • di riferirsi alla donna con il primo nome e all’uomo con il solo cognome o con nome e cognome
  • l’uso del titolo “signorina”, disimmetrico rispetto a “signorino”
  • l’uso di signora quando può essere sostituito dal titolo professionale
  • di usare al maschile nomi di cariche che hanno la regolare forma femminile

Leggi le ulteriori raccomandazioni di Alma Sabatini.
Il linguaggio è portatore di pregiudizi e stigmi che si sono consolidati per lo più in modo inconsapevole, influenza profondamente il nostro modo di pensare, le nostre percezioni, per interrompere certi schemi e distorsioni occorre necessariamente intervenire su di esso. Dopo anni di analisi femministe, lotte di emancipazione e liberazione che hanno inciso sull’assetto sociale e politico e sulla psicologia delle persone, il linguaggio della stampa e la lingua quotidiana non si sono ancora adeguate ai cambiamenti.

GiULiA e il CPO di Firenze
“Le parole sono la rappresentazione, e la rappresentazione incide sulle identità percepite da se stessi e dagli altri, si costruisce tramite le immagini, comunicazione, linguaggi”. (Alessandra Mancuso, la portavoce dell’associazione nazionale di GiULiA).
GiULiA Emilia Romagna è l’organizzazione regionale della Rete che da circa due anni rappresenta 800 giornaliste impegnate nel divulgare la cultura di un linguaggio non discriminante. Lo scorso Novembre a Bologna l’associazione ha presentato la prima proposta pubblica per comprendere come agire nell’ambito della comunicazione di genere e delle diversità. Perché si affermino modelli educativi e di comportamento è all’interno delle istituzioni che tali essi devono essere elaborati e sperimentati, è indispensabile un’azione integrata. Nelle scuole è stato creato un progetto di didattica di genere a cui hanno collaborato:Casa delle Donne, Associazione Sos Donna, UDI, pedagogiste che lavorano i temi della comunicazione a scuola, Gruppo Alice, il Cassero e l’Arcigay   i quali hanno presentato un progetto alla Provincia, che è stato attuato, e riguarda un’educazione alla differenza.  La Direttiva 23 Maggio 2007 promuove l’utilizzo di un linguaggio non discriminante nelle amministrazioni pubbliche, la formazione e l’aggiornamento del personale per contribuire allo sviluppo della cultura di genere. Il progetto formativo «Genere e linguaggio» promosso dal Comitato Pari Opportunità del Comune di Firenze (Maggio 2012), ha proposto un’iniziativa di formazione di dipendenti titolari di diposizioni organizzative, funzionari e dirigenti, finalizzata alla costruzione di specifiche competenze linguistiche. L’introduzione del rispetto del genere nel linguaggio amministrativo è un’operazione coraggiosa, volta a dare visibilità alle donne nelle nuove professioni e nei nuovi ruoli pubblici che sono chiamate a ricoprire. Molteplici sono le difficoltà dimostrate dal linguaggio giuridico ad accogliere proposte derivate dai cambiamenti dello status sociale e professionale femminile, la divulgazione di regole e di guide non è sufficiente a dissuadere le ombre di un quadro complesso e stratificato, è necessario trasformare singole occasioni di discussione e di formazione in un’attività approfondita e continua, capace di modificare atteggiamenti culturali radicati.

Riusciremo a modificare il sentire comune?
Qual è la vostra opinione?

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