Gli ingredienti della partecipazione: gestione creativa del conflitto e ascolto attivo

Governare, garantendo partecipazione ai cittadini, non significa soltanto assumersi la responsabilità di decidere di avviare un processo partecipativo, fase a cui ho dedicato il mio ultimo post “Il connubio tra le teorie della democrazia deliberativa e le forme della rappresentanza“, ma anche monitorare gli interessi coinvolti per giungere a costruire una policy socialmente condivisa. Entriamo quindi nel vivo dei lavori, approfondendo i metodi di gestione dei processi decisionali  inclusivi.

Necessario un riferimento alla teorie che costituiscono la base del funzionamento di tali tipologie di governance: le tecniche e i metodi che vengono utilizzati nei processi inclusivi discendono dall’approccio innovativo della gestione creativa dei conflitti, chiamato Alternative Dispute Resolution (ADR) ed elaborato, già nel 1981, da Roger Fisher e William Ury, docenti della Harvard Law School, nel loro testo “Getting to Yes: Negotiating Agreement without Giving in”. Ma come si risolve un conflitto in maniera creativa? Secondo Fisher e Ury,  è necessario decidere in base ai veri interessi piuttosto che in base a una contrattazione sulle posizioni assunte dalle parti in gioco. I partecipanti non sono né amici né avversari, sono solutori di problemi, si impegnano ad arrivare a un esito equo, efficace e che comprenda le esigenze e le preoccupazioni di tutte le parti coinvolte. Il confronto diretto tra tutti i partecipanti permette di chiarire gli interessi e, grazie all’assistenza di un mediatore o di un facilitatore, di raggiungere un punto di vista comune. Ecco perché un processo partecipativo, utilizzando queste tecniche, diventa la cornice per la risoluzione dei conflitti presenti nei processi di decision-making pubblici. Appartengono, ad esempio, a questa tipologia di strumenti l’Action Planning, la Future Search Conference e l’Open Space Technology.

Nello specifico, quando si tratta di avviare il processo inclusivo, vengono impiegate le tecniche di ascolto attivo per individuare i possibili interlocutori e per capire quali sono i temi su cui lavorare. La teoria dell’ascolto attivo è stata diffusa in Italia da Marianella Sclavi – esperta di arte di ascoltare e gestione creativa dei conflitti – che ha dimostrato l’interconnessione tra l’ascolto attivo, l’auto-consapevolezza emozionale e la gestione creativa del conflitto, esplicitandola con una mappa che lei stessa ha definito “il triangolo magico dell’arte di ascoltare”. L’ascolto, per diventare “attivo”, deve essere aperto e disponibile non solo verso l’altro e quello che dice, ma anche verso se stessi, per ascoltare le proprie emozioni, per essere consapevoli dei limiti del proprio punto di vista e per accettare il non sapere e il non capire. Esso permette la creazione di un rapporto positivo, caratterizzato da un clima in cui l’altra persona possa sentirsi empaticamente compresa e, comunque, non giudicata. Alcuni metodi concreti con cui l’arte di ascoltare può essere effettivamente esercitata in un processo decisionale inclusivo sono: l’outreach, l’action researc, la camminata di quartiere, il focus group, il brainstorming.

L’amministratore pubblico che intraprende la strada della gestione creativa dei conflitti e quindi dell’ascolto attivo, si rende disponibile a comprendere realmente ciò di cui il cittadino necessita, mettendo in luce anche difficoltà di comprensione. In questo modo è possibile creare riconoscimento e rispetto reciproco tra cittadini e pubblica amministrazione che, dato il differente ruolo, basano i loro ragionamenti su premesse implicite differenti. E’ così possibile “uscire dalle proprie cornici” per avvicinarsi al punto di vista dell’altro e sfruttare le differenze per individuare soluzioni capaci di generare vantaggi condivisi.

 

Laura Ciardelli, studentessa Com.pass

 

 

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