L’immagine della Cina nella stampa e nei media italiani

Oggi il nostro blog ospita un contributo dello studente Xiuru Liu.

Si tratta della tesi con cui Xiuru ha conseguito la laurea presso l’Università cinese di Chongquing. L’elaborato ha l’obiettivo di mettere in luce, attraverso l’analisi di alcuni giornali italiani, l’immagine della Cina nella stampa e nei media italiani, in seguito alla maggiore incidenza acquisita dal gigante asiatico all’interno dello scenario geopolitico.

Per chi volesse contattare Xiuru questo è il suo indirizzo mail: steclown@icloud.com

Introduzione
Negli ultimi tre decenni, con lo sviluppo economico, la Cina ha avuto via via un’incidenza forte nello scenario geopolitico. Come le altre società “occidentali”, il pubblico italiano comincia a dedicare più attenzione e curiosità sul “gigante” asiatico. Dal momento che la comunicazione interculturale dovrebbe essere la vocazione dei media, i giornali italiani svolgono la missione di introdurre la Cina al pubblico italiano. Attraverso l’analisi sui punti d’osservazione dei giornali italiani, si possono comprendere l’immaginario, le aspettative, gli stereotipi e le opinioni (sbagliate o no) sul tema “Cina”. Come studente che si preoccupa per l’attualità, mi sono accorto del fatto che le conoscenze degli italiani sulla Cina si sono accumulate subito con il corso della globalizzazione. Tuttavia c’è ancora molto spazio da migliorare sia rispetto ai loro colleghi inglesi e americani sia rispetto al criterio di una buona integrazione transculturale. Dotato di una capacità linguistica che mi permette di leggere i dossier di entrambe le lingue, spero di poter contribuire con questo mio lavoro al tema cui purtroppo si presta poca attenzione qui in Cina.
La mia ricerca si focalizza su due giornalisti italiani: Giampaolo Visetti e Angela Pascucci. Il primo lavora per La Repubblica mentre la seconda funge da corrispondente inviata dal giornale Il Manifesto. Innanzitutto ho esaminato i loro reportage sui giornali e sulla rete per analizzare i loro propri stili e interessi. Poi attraverso una lettura attenta delle loro opere, ho fatto l’interpretazione così da formare una descrizione sommaria delle loro caratteristiche nell’osservare la Cina. Il fulcro significativo di questa ricerca rimane, da un punto di vista di uno studente cinese, lo spiegare dei fenomeni apparentemente contraddittori e lo sciogliere alcuni equivoci con lo scopo di stimolare la comunicazione culturale fra i due soggetti.

Giampaolo Visetti
Il primo libro introdotto come campione è Cinesi di Giampaolo Visetti. Nato nel 1965, è stato responsabile nei giornali settentrionali italiani Adige, Trentino, Alto Adige e Corriere delle Alpi. Lui fungeva anche da co-direttore del Gazzettino di Venezia. Successivamente ha lavorato per la Repubblica, dove ha ricoperto la carica di corrispondente da Mosca. Dal 2009, è stato incaricato dal Messaggero a Pechino. Attualmente vive a Pechino. Ha pubblicato Mai una carezza (Baldini Castoldi Dalai 2008) e Ex Italia (Baldini Castoldi Dalai 2009). Per ora è un giornalista che si concentra soprattutto sulla Cina. Dal suo sito personale gestito da lui e dai suoi collaboratori, si coglie subito una miniatura della Cina contemporanea. Come lettore di background cinese, alcune delle caratteristiche dei loro reportage mi attraggono immediatamente.

1. La loro prospettiva rimane molto ampia: dall’inquinamento causato dall’emissione industriale alle vite quotidiane dei lavoratori migranti, dalle visite diplomatiche dei leader cinesi alle cronache nere degli scandali sessuali dei funzionari cinesi. Non sarebbe possibile capire bene i vari argomenti sulla Cina qualora gli altri paesi dell’Asia orientale venissero altrettanto tenuti in considerazione. Ad esempio, per approfondire la ricerca vigorosa dell’energia da parte della Cina, è imprescindibile il discorso dell’Isola Diaoyu (anche se i giapponesi la chiamano Senkaku), sotto il cui mare adiacente c’è un giacimento ricchissimo di combustibili fossili. Tanto che tutti i ragionamenti sul problema nucleare della penisola coreana non sarebbero sufficienti se pensassimo soltanto ai loro missili balistici senza toccare i finanziamenti dalla Cina. E’ ovviamente apprezzabile questo approccio poiché nel campo giornalistico si potrebbe capire una questione particolare solo qualora si capisse il proprio contesto politico e economico. Inoltre per capire veramente la Cina come un paese così diverso dall’Europa, serve non solo accumulare le statistiche, studiare la sua storia imperiale oppure analizzare le configurazioni geopolitiche, ma anche percepire la vita quotidiana delle moltitudini viventi in oriente.

2. Un altro punto messo in rilievo è il paradigma di nazione radicato profondamente nei suoi articoli sulla Cina, il quale sembra un po’ contraddittorio e persino paradossale nei confronti del punto suddetto che auspica una riconciliazione e una comprensione reciproca fra la Cina e “il mondo occidentale”. Per istanza, in un rapporto che riguarda le visite di Xi jinping, neopresidente della Cina, in Africa, le attività si vedono come una “conquista” al posto di un atto costante, come suggerisce il titolo Materie prime ed esportazioni Xi alla conquista dell’Africa per superare l’economiaUSA, incurante del fatto che in Cina oggigiorno l’attenzione dell’opinione pubblica è già stata trasferita alla distribuzione e alla giustizia sociale invece di un “primato economico” meno significativo per il popolo minore. Ovviamente il paradigma della nazione sarebbe provato molto meglio se si parlasse esclusivamente dell’economia: in un pezzo riguardante l’ingente consumo cinese dell’energia, l’autore non ha fatto altro che citare numerosi dati statistici. Nondimeno se si svolgesse l’argomento politico oppure culturale, i difetti verrebbero. Nel racconto che farò dopo, presenterò come l’autore critica la politica in Tibet senza osservare nemmeno un po’ del proprio contesto culturale e storico, basandosi solamente sulla suddivisione fra “Io” e “Altri” sostanzialmente proveniente dal concetto di “nazione” creata durante l’ottocento in Europa.

Il sommario del libro Cinesi: Come vive, lavora, ama. Il popolo che comanda il mondo
Nell’approccio di dirompere le rappresentanze collettive della Cina dalla ricezione italiana, nell’introduzione del libro il giornalista ha rilevato il limite della valutazione esclusivamente politica e economica dell’immagine della Cina, rendendosi conto che per capire il panorama del gigante asiatico serve capire il meccanismo della sua cultura dietro il suo corpo di stato e i suoi istituti copiati dall’occidente. Ai limiti dell’avanguardia americana segue l’immaturità della copia cinese, alla visione dell’innovazione subentra la praticità. Qui l’autore si accorge che il “modello cinese” (nonostante per me non esista) dipende massicciamente del modello americano. A differenza della guerra fredda, il rapporto complessivo fra la Cina e gli Stati Uniti sembra cooperativo più che un semplice antagonismo. Alla fine del suo racconto introduttivo, il signor Visetti ha modestamente menzionato che le sue osservazioni hanno il proprio limite personale: Questo racconto della vita in Cina si limita ad essere la fotografia di un luogo e di un istante, dentro una nazione sconfinata e infinita. La sua cautela in questo caso apparentemente si merita i complimenti per quanto la grandezza del Dragone orientale fa confondere pure un cinese nato e cresciuto in Cina.

Il libro è diviso in tredici capitoli. Nei primi due capitoli, tante attenzioni vengono prestate ai piccoli svaghi dei cittadini pechinesi fra i quali ci sono gli aquiloni, il bagno invernale nei laghi a ridosso della città proibita, l’allevamento dei grilli dentro scatole ricoperte di seta e imbottite di velluto. Le stoffe sono tinte con colori delicati, così che l’animale possa riposare e sentire l’affetto di chi lo cura. Solitamente viene costruito un lettino, e in un angolo si colloca una ciotolina di porcellana con il tè tiepido per un bagno. Al centro è posta una bottiglia riempita di acqua calda, che funziona come una stufa. La descrizione è molto dettagliata e elaborata. Ovviamente i dettagli aiutano notevolmente i lettori italiani a capire una cosina artigianale quasi impossibile da immaginare. Una capacità indispensabile per un giornalista competente è la sensibilità di collegare un’esperienza personale al suo contesto, facendo i commenti e suscitando le discussioni del pubblico. L’autore del libro è inconfondibilmente un esperto nella transizione dalla prospettiva personale a una riflessione di grande dimensione: inoltre alle descrizioni dettagliate dei piccoli oggetti, un ammonimento più ampio è svolto per indagare i destini delle tradizioni cinesi nei confronti della modernizzazione frenetica contemporanea. Dal kung-fu al confucianesimo, dall’architettura di un villaggio tradizionale alla vera ricetta del maiale di Mao, si mostra una tripartizione del loro destino. Un paradigma è avviato: dalla proprietà di un passato ormai lontano alla distruzione completa durante la rivoluzione culturale, mobilitata direttamente da Mao dal 1966 fino al 1976, anno che segnò la sua morte. Successivamente viene il tempo di un “rinascimento” grottesco perché la commercializzazione di tutte le tradizioni “convertibili”, la quale ha spinto i monaci combattenti del tempio di Shaolin a fare un tour in tutto il mondo, guadagnando fino a diventare ricchi sfondati. L’impetuoso ritorno del Kung-fu nella vita dei cinesi è una miscela di spiritualità, ideologia, salutismo, business e culto dell’estetica personale. Un’esperienza altrettanto amara capita anche al confucianesimo, sebbene oggi il governo cerchi con tutte le sue forze di riprendere l’ideologia dell’antichità, la sua impopolarità fra la gente ha già segnato il suo fiasco.

Nel terzo capitolo, l’economia cinese viene discussa: tramite gli occhi della Signora Wang, madre di una lavoratrice migrante, i prezzi in un supermercato di Pechino sono troppo alti e, nel frattempo, la diversità dei prodotti l’ha colpita. Il fatto riflette la distribuzione sociale, cioè il divario enorme fra i ricchi e i poveri, e i difetti dell’economia cinese tuttora basatasi sull’esportazione la cui precondizione è lo stipendio basso della manodopera al costo dell’inquinamento dell’ambiente naturale.

Nel capitolo successivo, il discorso torna di nuovo al livello quotidiano: il cibo cinese. A contrasto con gli stereotipi occidentali sul cibo cinese, l’autore ha replicato che il cibo assaggiato nei ristoranti cinesi è già modificato e, dal suo punto di vista, i cibi in Cina sono molto più diversi e gustosi: Quasi sempre scadenti, offrono piatti indistinguibili usciti dai congelatori colmi di ingredienti unti, fritti e speziati, a prezzi sospettosamente bassi. In Cina, invece, dove la popolazione ancora conosce la voce familiare della fame, il cibo è un’altra cosa. In casa si continua a cucinare due volte al giorno e i piatti sono così semplici e buoni che, con la crescita inarrestabile del soft power di Pechino, il resto del mondo comincia ad accorgersi di una imprevista superiorità anche a tavola. Non la dobbiamo prendere come un’analisi scientifica, tuttavia non dovrebbe neppure sottovalutare l’atto di assaggiare il cibo cinese in Cina invece di credere che i ristoranti cinesi all’estero rappresentino tutta la gastronomia cinese.

Sempre sul livello antropologico, c’è un paragone interessante fra la statura e l’alimentazione dei cinesi e dei giapponesi: anche perché la tradizione è veramente preziosa, in questo come in altri campi. I cinesi, come i giapponesi, sono tipicamente magri e longevi. Per gli occidentali è un mistero: vivono in metropoli avvelenate, non sono ossessionati dal fitness e lavorano duro. E il segreto, oltre al rispetto per silenzio e meditazione, è che mangiano poco e sano. Non fanno diete, ma ogni pasto è attento a evitare lo spreco. Il punto di riferimento latente rimane sempre europeo. Malgrado fra i cinesi ci sia un differente criterio di magrezza, a un italiano sembriamo tutti uguali: magrissimi e longevi. A dispetto della differenza fisica e genetica, per un uomo è naturale diventare indifferente nei confronti delle cose sconosciute, come per un cinese, forse sono tutte simili le fisionomie nitide degli europei.

Un altro tema attinente alla vita cinese sono i nostri valori sul matrimonio e sull’amore. Il narratore ha menzionato una comparazione interessante fra la differenza nella selezione degli sposi fra la Cina e i paesi occidentali: il marito preferito in Cina sarebbe, secondo quanto appreso, un funzionario del governo oppure un impiegato pubblico mentre negli Stati Uniti, un paio d’anni fa, un sondaggio ha chiarito che le americane, senza significative differenze anagrafiche opterebbero per campioni dello sport, attori oppure artisti. In Europa, le donne hanno espresso un plebiscito a favore di cantanti, scrittori, calciatori e leader della politica. Una cosa contraddittoria della “cinesità” definita dall’autore, è l’atteggiamento paradossale della società cinese nei confronti dei funzionari statali: di solito sono i bersagli da attaccare alla causa della ingiustizia sociale oppure per gli altri problemi distributivi sociali, però quando si arriva al matrimonio, loro diventano subito quelli più affabili. Quindi da un lato, i cinesi soffrono dell’autoritarismo, da un altro lato stentiamo pure a viverci senza un paternalismo sia familiare sia politico.

Si perviene finalmente alla politica cinese, il discorso a cui si presta tanta attenzione. Come se fosse per soddisfare le aspettative dei lettori, l’autore l’ha messa nell’ultima parte. Qui si vedono i problemi maggiori della Cina che provocano spesso le dispute e controversie su scala mondiale. In questa sezione, le voci delle persone normali sono diminuite e il corrispondente di La Repubblica, come i suoi colleghi in Europa, preferisce criticare la Cina e alle volte le critiche sono spietate e atroci. La sua narrazione comincia con la sua esperienza come giornalista sotto la sorveglianza dei poliziotti a Pechino, parlando dei tanti aspetti della censura cinese. Cinesi ossessionati tanto che la censura sulla rete ha bloccato i mezzi comunicativi della vita quotidiana annoverando il servizio di Google, YouTube e i social network come Facebook. D’altronde, contro la “realtà virtuale” Pechino schiera la “falsificazione virtuale”, vale a dire che si impedisce ai giornalisti di raggiungere eventi e persone reali. Al contempo, la Cina si appresta a occupare l’attenzione mediatica globale con la sua visione in inglese sulle vicende internazionali. L’autoprodotta glorificazione nazionale di Cctv e della neonata Cnc contende ormai il campo alla Cnn. Però il narratore ha dato un commento negativo al tentativo di cinesizzare l’Occidente prima che questo occidentalizzi la Cina e elogiare il primato della cultura cinese. Vero è che c’è ancora una mancanza di credibilità della stampa statale cinese, la cui espansione fa temere il pubblico occidentale di pari passo a una serie di scioglimenti e bancarotte dei media occidentali.Tuttavia, la polarizzazione (media occidentale: oggettivo; media cinese: propaganda del partito comunista) fra questi due gruppi non contribuisce a migliorare le cose.

Nel decimo capitolo, l’autore ha messo in rilievo la relazione fra l’autoritarismo politico e la pressione dentro le famiglie cinesi: un regime politico scaturisce da una formazione familiare totalitaria. La politica dei figli unici è messa nella discussione. Per quanto attiene al Tibet, l’atteggiamento dell’autore è il più radicale. Come suggerisce il titolo del capitolo: ciò che rimane del Tibet. Il cuore mistico dell’Asia smette di pulsare e si trasforma in un militarizzato centro commerciale, un concentrato di imitazioni in cui i tibetani recitano quali eccentrici figuranti di se stessi. Basandosi sul mito del suo “splendore” nel passato, lui ha figurato un’immagine miserabile del Tibet. Poi sono elencati dei reati commessi dal governo in Tibet: traffico delle pietre sacre, sorveglianza dei giornalisti stranieri, la commercializzazione dei siti interessanti e delle zone urbane e la falsificazione della storia del Tibet. La costruzione e modernizzazione dell’infrastruttura è trattata come uno strumento allo scopo di agevolare “l’occupazione”. La cinesizzazione del luogo d’origine del Dalai Lama si risolve invece nella museificazione del buddismo, presentato come la fusione sorpassata tra una superstizione animista e l’egemonia di un potere medievale. In questo caso, la Cina si vede come “altri” nei confronti del Tibet, un soggetto egemonico che cerca di sfruttare un Tibet fragile e languido.

Nei due capitoli successivi, una serie di problemi politici sensibili sono discussi annoverando il premiato Nobel Liu Xiaobo, campo di lavoro, il dissidente avvocato Chen Guangcheng, la democrazia di Hong Kong e l’incidente di Wang Lijun. Il punto di vista in generale è sempre critico come quello di suoi colleghi in altri paesi occidentali.

Le caratteristiche pricinpali della narrazione di Visetti
Da giornalista straordinario, Giampaolo Visetti è dotato di una capacità di collegare l’esperienza personale a un contesto più complessivo e ampio.

1. Una delle sue contribuzioni è la presentazione della diversità della Cina a differenza di quelli che presumono che la Cina sia tutta omogenea dentro sé. Per esempio, tanti imputano ai cinesi di mangiare i cani come prova della nostra atrocità. Eppure in Cina si è scatenata già una disputa sulla legalità di mangiare i cani. Anzi l’autorità ha fatto un’ingerenza senza precedenti al traffico dei cani da mangiare. Quindi, per capire la Cina, serve capire la sua diversità e la sua momentaneità, cioè l’aspetto effimero del dragone orientale in transizione.

2. La selezione dei temi non è solo una scelta personale da parte del compositore. Le aspettative e gli interessi della ricezione e i lettori influenzano in ogni modo la scrittura dell’autore. Per citarne alcuni esempi, nel capitolo sul cibo cinese, viene discussa la situazione dei ristoranti italiani in Cina e la fattibilità di aprirne uno, che interessa ovviamente il pubblico italiano. Tanto che nel primo capitolo, le descrizioni dettagliate dei piccoli oggetti preferiti dai pechinesi soddisfarebbero le curiosità degli italiani seppure essi sembrino normalissimi per un cinese cresciuto a Pechino.

3. Come menzionato prima, i difetti del paradigma di “nazione” si svelano per cui tutti i commenti cadono nell’attacco del sistema politico cinese quando si tocca il problema del Tibet. Ogni mercato del Tibet è invaso da “dzi” falsi, fabbricati in Cina. La frase naturalmente presume che il “Tibet” e la Cina siano due nazioni. Ma come si potrebbe mai definire la situazione politica in un paese così eterogeneo come la Cina a seconda del criterio occidentale” basandosi sulla mistificazione della storia? Sebbene io non abbia nessuna voglia di giustificare i comportamenti messi in piedi per ora in Tibet, queste etichette di radice occidentale non devono influenzare così imprudentemente un’altra civiltà. Dal mio punto di vista, il problema dell’autonomia di una regione si discute esclusivamente a patto che si prenda in considerazione la propria storia e tradizione. Nel testo suo, raramente si citano i libri sul contesto più profondo di questa zona sacra. Per me, non sarebbe sufficiente discutere il complesso politico della Cina utilizzando solo i pensieri “occidentali”: serve un nuovo approccio, persino un nuovo linguaggio.

4. Gli impresentabili, in Occidente, li consideriamo dissidenti. In oriente li definiscono traditori. Con tutta l’evidenza, durante il periodo fascista, in Italia tutti gli esuli e confinati furono intitolati “traditori”. Incurante della suddivisione “l’occidente” e “l’oriente”, Berlusconi accusa sempre i suoi rivali politici come “comunisti”. La polarizzazione e demonizzazione dei rivali politici sono universali più che particolarmente orientali. Possibilmente con l’esagerazione tipica italiana, Giampaolo Visetti ogni tanto sottovaluta l’abilità dei cinesi di essere informati: I dissidenti, per questo i cinesi che non sanno l’inglese , non dispongono di un’antenna satellitare e dei segreti per aggirare la censura di Internet, ossia quasi tutti, li disprezzano. Forse l’autore non è informato che il numero degli studenti delle scuole e delle università cinesi con una conoscenza basilare d’inglese supera già 100 milioni. Inoltre oggi ci vuole un semplice programma e si può navigare sulla rete bucando la censura del governo. La fluttuazione delle informazioni è libera senza precedenti. Nondimeno, perché la maggioranza dei cinesi scelgono di stare zitti di fronte alla ingiustizia sociale? E un tema molto più difficile delle nostre “cinesità”.

Angela Pascucci
Il secondo libro che entra nel nostro orizzonte è Talkin’ China di Angela Pascucci. Una giornalista inviata del Manifesto, lei è specializzata nelle questioni dell’Estremo Oriente. Negli ultimi anni, è stata caporedattrice esteri e redattrice della pagina economica internazionale. Fino al 2001, è stata responsabile e curatrice dell’edizione italiana di “le monde Diplomatique/ Il Manifesto”. Nella sua pagina web, si trova l’intero spettro degli aspetti della vita in Cina. Giacché si è specializzata nell’economia, alla quale presta particolare attenzione.

1. Come in un suo pezzo attinente il modo economico di Chongqing, lei ha spiegato le similitudini e le differenze fra “il modello di Chongqing” e i modelli delle altre regioni. Si accorge perfettamente che in Cina, non c’è un modo di sviluppo unitario. Il modello di Chongqing in particolare, anche se oggi sia già bloccato, ha ancora il suo significato sia nel processo di urbanizzazione che industrializzazione. Di conseguenza, quando si parla del modello cinese, sarebbe meglio precisare a quale modello ci si riferisce perché sia la complessività sia una eventuale via d’uscita dai suoi problemi sociali odierni esistono nella diversità di questo paese gigantesco e vengono sempre trascurati dagli osservatori esterni.

2. La prospettiva dell’autrice è, come Giampaolo Visetti, anche molto ampia. Per esempio, la corea del nord viene presa nella sua analisi sotto lo sfondo dei conflitti fra i potenti internazionali: La regione è cruciale, per gli equilibri asiatici in pieno sommovimento, e che gli Usa siano in una fase di ripresa dell’egemonia nell’area, considerata area primaria di interesse strategico, è ormai strategia dichiarata.

Il sommario del libro Talkin’ China
Il libro di Angela Pascucci è una collana delle interviste svolte in Cina. Fra gli intervistati ci sono le persone rappresentative di diversi ceti sociali, includendo i lavoratori migranti, i professori specializzati alle università illustri, gli artisti che cercano di esprimersi in un modo che sembra stravagante al pubblico, gli avvocati, ambientalisti che stentano a proteggere la natura e i businessman super ricchi. Tutto sommato è un campione della società cinese troppo grande da esplorare. Il libro si divide in sedici capitoli, episodi diversi dei suoi viaggi in Cina. Dietro i protagonisti della società civile, tanti problemi sono presentati nel suo libro: dallo sviluppo alla democrazia, dal libero mercato alle disuguaglianze, dei nuovi costumi e delle tradizioni consolidate di una società che si trasforma a ritmi vertiginosi.

Al contrario del suo collega Visetti, che ritrae il panorama politico cinese alla fine della propria opera, la giornalista del Manifesto ha messo all’inizio del libro un’intervista a Wang Hui, brillante intellettuale esponente della “nuova sinistra” cinese e professore della Tsinghua University di Beijing. Lui si è reso conto ed ha evidenziato “una nuova dinamica tra l’azione dei poteri costituiti e la reazione del corpo sociale. Cioè il governo e le aziende statali come le autorità “tradizionali” e quelle nuove organizzazioni fondate dai cittadini negli ultimi anni con lo sviluppo dell’economia del settore privato”. Secondo il professore, il rapporto complessivo ha provocato ormai ogni anno, tra proteste e rivolte, decine di migliaia di “incidenti di massa”, che hanno già danneggiato la legittimazione del Partito Comunista Cinese.

Nei confronti dei nuovi conflitti fra i poteri costituiti e le parti sociali, l’autorità cinese opera secondo una logica de-ideologizzante e de-politicizzante, come i paesi occidentali negli ultimi due decenni. Come figura di sinistra, lui auspica un ritorno della “riappropriazione politica”, come nuove forme di socializzazione dei diritti civili di fronte alla sfida ormai grande della Cina. La sua visione sull’economia cinese è pure intransigentemente di sinistra, insistendo che il mercato in Cina non è un frutto spontaneo ma un risultato politico perché dopo il 1978, il mercato è stato fondato proprio dalle interferenze da parte della politica con la riforma di Deng Xiaoping. In questo senso, la riforma dal 1978 non è necessariamente una politica neoliberista perché la privatizzazione dei settori economici è solamente parziale. Alla fine del suo discorso, lui ha chiarito che le sue critiche rivolte alla privatizzazione e al neoliberismo non significano un’opposizione al mercato. Come studioso disinistra, ritiene che si deve limitare quanto più possibile il capitalismo ostacolando il monopolio.

Un altro professore intervistato è Wen Tiejun, esperto di “i tre nong”: nongye (agricoltura), nongcun (campagne) e nongmin (contadini). Il termine, da lui coniato, sta a significare il problema rurale in tre dimensioni e indica le gravi difficoltà che affliggono la comunità contadina cinese, 800 milioni di persone, cioè i due terzi del paese, viste sotto tre angolature. Siccome la maggior parte dei contadini cinesi sono lavoratori migrati in città, le conseguenze psicologiche della separazione fra i contadini e i loro parenti hanno prodotto come contraccolpo l’atomizzazione della società contadina. Seppure Wen Tiejun abbia criticato la situazione già miserabile dei contadini cinesi oggi, egli tiene ancora a giustificare lo sfruttamento brutale degli abitanti delle campagne che ha reso possibile alla Cina quel processo di accumulazione del capitale. Inoltre Wen Tiejun sostiene che, dopo gli anni novanta, questa autocolonizzazione sia sfrenata. Comunque, come osservatore di sinistra, pensa che i vantaggi del sistema cinese non siano rimpiazzabili perché sono state impartite dalla storia degli ultimi 20 anni molte lezioni: dal collasso dell’Urss e dei paesi dell’est alla crisi finanziaria del 1997.

La terza intervista riguardante un intelletuale è rivolta a Cui Zhiyuan, professore di Politica pubblica e Managment all’Universtà Tsinghua di Pechino. Nel capitolo, viene rivelato anche l’emergere di una “nuova sinistra” in Cina. Il termine, creato nel 1994, “la nuova sinistra” era originariamente composta da due schieramenti: quello degli intellettuali riformatori esuberanti con la formazione di stile occidentalizzato e quelli che tengono una posizione conservatrice, nostalgica dei vecchi tempi e, dunque, contraria alle riforme. Con la scomparsa del secondo schieramento, emerge un gruppo di giovani studiosi che si sentono parte di un universo culturale più vasto di quello cinese. Persino il professore Cui, un cinese, fa ricorso a Machiavelli per tessere una metafora della politica odierna cinese: In Cina oggi il Principe è costituito dal governo centrale, dal Politiburo del partito, dalla leadership di Hu Jintao e Wen Jiabao. L’aristocrazia è rappresentata dai governi locali e dai forti gruppi di interesse economico. Se uno scienziato politico cinese guarda la situazione politica della sua patria con un punto di riferimento completamente “occidentale moderno”, possiamo ancora dire che la Cina oggi sia “altri”? Infatti oggigiorno ci sono centinaia di migliaia di studenti cinesi che stanno assorbendo le conoscenze dall’estero, i cambiamenti, quindi, sarebbero più mentali che fisici. Quando anche noi ci definiamo come la razza “gialla”, parola utilizzata una volta esclusivamente dagli europei, che differenza essenziale c’è fra la Cina e “il continente vecchio”?

Ultimo discorso sulla “sinistra nuova” cinese è l’intervista riguardante i nuovi maoisti di “Utopia”. Con una visione globale, un vero think tank di sinistra è facilmente definibile. Per esempio, sono contro l’ingresso di World Trade Organizzation che vede generalmente un’opportunità di sviluppo in Cina. La politica di riforma e di apertura è stata di fatto una politica di restaurazione del capitalismo in Cina, lasciato solo nella sua lotta contro l’egoismo. L’affermazione di un esponente ha già rivelato il loro atteggiamento decisamente di sinistra, difendendo a spada tratta l’idealismo di Mao. Contro la corruzione e l’ingiustizia sociale, la loro ricetta include un “arcaismo” Maoista e una reinterpretazione della storia, giustificando i valori autentici marxisti. A parte la lunga discussione della politica cinese, l’autrice del libro presta l’attenzione ai gruppi più deboli della società cinese, fra cui ci sono i Mingong lavoratori migranti e le donne. Tramite un’intervista faccia a faccia, la giornalista ha dato un’occhiata vicinissima alla vita quotidiana di una famiglia di migranti a Pechino. Sofferenti, doloranti e indifferenti, loro non hanno altro sogno che fare più figli e soldi. Con la situazione in cui i capi sindacali talvolta sono anche i responsabili delle ditte per cui lavorano i mingong, i diritti dei lavoratori vengono, di tanto in tanto, trascurati.

Per quanto riguarda le donne, ormai sottomesse dal racket della prostituzione e dagli altri crimini come il femminicidio, sono i soggetti a cui, in Cina, raramente, si presta particolare attenzione. L’autrice ha citato un dato statistico per rivelare la situazione grave per le donne: le statistiche sui suicidi, che invece esistono e vengono diffuse dall’Organizzazione mondiale della Sanità, rivelano che la Cina è l’unico paese del pianeta dove le donne che scelgono di togliersi la vita sono più numerose degli uomini; sebbene ci siano leggi varate per proteggere i diritti delle donne, la situazione rimane ancora tutt’altro che ottimista perché c’è un’agguerrita resistenza opposta dalle imprese.

Nei capitoli successivi, sono presentati gli esponenti degli altri settori: l’ambientalista Yu Xiaogang, l’avvocato Mo Shaoping. Anche se lavorano in due settori completamente diversi, condividono qualcosa: nell’epoca ante-riformatrice, né la protezione dell’ambiente né lo stato dei diritti erano stati citati in Cina. Dato il disordine in Cina, tutti e due i protagonisti cercano di instaurare l’ordine sociale e ambientale con metodi moderni. Tutte le evidenze indicano che la forza delle parti sociali in Cina sembra ancora debole e fragile, tuttavia sono proprio loro che indicano la direzione verso il futuro della Cina moderna e prospera. La loro opinione sul futuro della Cina è più prudente che ottimista: Questo sistema in cui domina un solo Partito non può durare. E troppo sproporzionato, ingiusto, parziale. Dovrà prodursi per forza, se non un collasso, almeno un cambiamento, magari lento, nel tempo.

A differenza della prudenza loro, Yue Sai Kan è indubbiamente più ottimista. Titolata giornalista televisiva, donna d’affari, autrice di best-seller, benefattrice, lei rimane un fenomeno culturale e businesswoman super-ricco in Cina. Ha fatto il suo debutto di successo all’inizio degli anni novanta. A seconda del suo punto di vista per far conoscere al mondo la Cina, i cinesi prima devono integrarsi nel trend mondiale: Mi chiedono sempre: insegnaci a produrre programmi come i tuoi per far conoscere la Cina agli stranieri. E io rispondo: non sapete niente di quello che gli altri sono. Come cinese-americana, il suo stile di vita è inconfondibilmente più occidentalizzato. Ha evitato il problema della politica: Non lo so. Sono una cinese americana, mai coinvolta in questioni politiche. Il suo ottimismo viene dal credo che è l’economia che determina la politica, non viceversa. Secondo lei, il futuro della Cina sarà apparentemente più prospero.

Le caratteristiche principali dell’opera di Pascucci
A differenza della corrispondente di La Repubblica, l’opera di Angela Pascucci è più corale che personale. Come una collana delle interviste dei diversi personaggi, le voci vengono dai diversi ceti sociali che rendono la visione del libro più vasta e introspettiva. Nella prefazione dello stesso libro, Wang Hui ha affermato che la missione del giornalista è infatti duplice: deve assolvere il compito di riportare fedelmente l’oggettività dei fatti, ma d’altro canto non può fare a meno di interpretare i dati in suo possesso secondo i codici valoriali e gli schemi della cultura di provenienza. Attraverso l’approccio di fare parlare i personaggi stessi, sembra che la giornalista ha trovato un buon bilancio fra l’interpretazione personale e l’oggettività delle vicende.

1. Nondimeno, la prospettiva dell’autrice si palesa tramite la selezione dei personaggi. Dal momento che lei è una giornalista inviata da il Manifesto, quotidiano italiano di indirizzo comunista fondato nel 1969 (http://it.wikipedia.org/wiki/Il_manifesto), gli intervistati intellettuali appartengono quasi esclusivamente allo schieramento politico di sinistra. Il professore Wang Hui ha espresso il suo atteggiamento intransigente contro la privatizzazione dei settori economici mentre il professore Wen Tiejun ha insistito sulla necessità della “autocolonizzazione” (un altro nome di sfruttamento) che ha consentito alla Cina di arricchirsi. Insieme a loro, il politologo Cui Zhiyuan evoca una giustizia sociale innescata con un sistema di distribuzione sociale più imparziale. L’ultimo capitolo viene dedicato completamente alla parte cruciale sinistra dello spettro politico cinese: “Utopia”. Infatti la copertina del libro svela già la preferenza dell’editore: l’autrice indossa un uniforme militare, tipico gusto dell’epoca della rivoluzione culturale che ormai sembra anacronistica nella Cina odierna. Sicuramente un buon espediente di vendita perché tuttora, nel mondo, ci sono ancora molte persone che mantengono un ricordo della Cina dell’era di Mao.

2. Nella sua narrazione, è molto encomiabile il suo tentativo di presentare le nuove tendenze al pubblico italiano. Ad esempio, l’ambientalista Yu Xiaogang, che è riuscito a fermare un gigantesco progetto di tredici dighe sul Fiume Nu, cerca di unire le forze sociali e l’appoggio dei simpatizzanti del governo allo scopo di salvaguardare la natura meravigliosa dello Yunnan a questo punto in crisi. Tre decenni fa era difficile immaginare che ci sarebbe stato un movimento così. Il combattimento dell’avvocato Mo Shaoping rivela la speranza di uno stato cinese di diritto nonostante oggi rimanga ancora un sistema politico monista in mancanza di un sistema giudiziario indipendente. Come detto prima, per capire la Cina di oggi, non basterebbe leggere soltanto i libri storici poiché sta cambiando in ogni secondo. I nuovi trend menzionati dalla giornalista aiutano senza dubbio a comprendere come la Cina sia una parte organica della comunità internazionale.

Conclusione
La prospettiva dei reportage di Visetti è molto ampia. Oltre ai tanti aspetti discussi sulla Cina, prende pure in considerazione i paesi confinanti e vicini come Giappone e Corea del nord al fine di analizzare il problema più profondamente. Nel suo libro, ha presentato ai lettori una Cina diversa e in cerca di smontare la presunzione di tanti italiani che credono che la Cina sia rimasta omogenea dentro di sé. Siccome il suo atteggiamento e il riferimento di ragionamento rimangono molto “occidentali”, la sua interpretazione della politica cinese cade sempre in pure critiche, che sono fondate su un divario essenziale dei valori.

Al contrario di Visetti, Angela Pascucci si concentra più nel campo economico. Giacché si è specializzata in economia, la sua analisi sulla situazione cinese è più “tecnica”, con l’intento di spiegare i fenomeni dell’economia cinese in una maniera più concreta. Per quanto attiene il suo libro Talkin’ China, ha raccolto 16 interviste come “campione” rivolte a personaggi rappresentativi dei diversi ceti della società. In questa opera corale, lei ha trasmesso la propria visione sulla Cina tramite la selezione degli intervistati, ossia in modo indiretto. Il suo apporto lodevole è la presentazione delle nuove tendenze in corso nella società cinese e il cercare di rendere più facile la comprensione dei cambiamenti nel Paese. Il difetto latente del suo metodo è formato da uno sbarramento per quei lettori non dotati di una buona conoscenza della Cina tale da far comprendere il complesso gigante asiatico. E’ stato sempre molto difficile decifrare una cultura in un’altra lingua, soprattutto in questo caso perché l’italiano e il cinese sono così diversi fra loro. La lingua non è solo uno strumento di comunicazione, ma trasmette una propria logica di pensiero. Quindi la missione dei giornalisti, da entrambe le parti, è stata difficile, ma nello stesso tempo significativa. Sotto lo sfondo della globalizzazione e integrazione su scala mondiale, le necessità di conoscersi non sembra siano più urgenti e importanti.

Comunque la contraddittorietà rimane ancora: come si interpreta un’altra civiltà con un relativismo culturale senza perdere il proprio atteggiamento fondamentale? La differenza fra gli stereotipi e le critiche costruttive è sempre ambigua. Le prove dei nostri giornalisti sono di alto valore e apprezzabili, ma per la comunicazione fra le due civiltà rimangono ancora tante cose da fare.

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Un pensiero su “L’immagine della Cina nella stampa e nei media italiani

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