Il connubio tra le pratiche di democrazia deliberativa e le forme della rappresentanza

Lo scorso mese nel mio primo post “Partecipare per decidere”  ho cercato di spiegare perché ritengo che l’uso delle pratiche partecipative, all’interno dei processi di policy-making pubblici, sia un’innovazione necessaria per democratizzare la nostra democrazia che ispira oggi crescente sfiducia nei cittadini. Attenzione però, non mi schiero con i fautori della democrazia diretta! Questa forma di governo per porsi come alternativa credibile e funzionale alla democrazia rappresentativa presuppone la presenza di alcune caratteristiche nei cittadini che oggi, a mio parere, difficilmente possiamo considerare acquisite.

Il filologo danese Morgens Herman Hansen, riconosciuto come il massimo conoscitore dei meccanismi che regolavano il funzionamento della democrazia ateniese, ci spiega quali sono tali presupposti: la necessità che i cittadini siano persone intelligenti e capaci di prendere decisioni equilibrate, che siano disposti a trascurare gli interessi privati se in conflitto con l’interesse collettivo, che siano informati sulle questione su cui sono chiamati a decidere e che siano interessati a partecipare alle decisioni politiche. Data la mancanza, almeno in parte, di tali condizioni, gli aspetti innovativi della democrazia partecipativa non devono agire in modo isolato ma integrarsi nel tradizionale regime democratico fondato sulla forma elettiva maggioritaria. Vediamo nello specifico quando è opportuno utilizzare questi meccanismi.

Quando organizzare un processo partecipativo? Rispondo in maniera chiara, citando il testo “A più voci” del Professor Luigi Bobbio: “quando si hanno buoni motivi per ritenere che la mente di uno solo (o di pochi) sia in grado di risolvere un problema (progettare un intervento, elaborare un piano o un programma) non dovrebbero esserci dubbi: è meglio procedere secondo le modalità tradizionali, usando senza indugi gli specifici poteri offerti dalla legge”. Il suggerimento è quello di evitare di complicare il processo decisionale se non risulta necessario. In altre circostanze è però preferibile fermarsi a riflettere sul tipo di procedura decisionale che conviene attuare senza scegliere in maniera istintiva la strada più comoda e più breve.

Quali sono queste circostanze? Le circostanze di cui Bobbio tratta possono essere essenzialmente di due tipi: quando esistono forti conflitti, attuali o potenziali, perché, usando le procedure partecipative, si possono includere gli oppositori nel processo di decisione in modo da affrontare insieme a loro la questione conflittuale e, altra circostanza, quando la pubblica amministrazione ha bisogno dell’apporto di altri soggetti – istituzioni o agenzie pubbliche, associazioni, comitati, comuni cittadini – che dispongono di risorse (legali, finanziarie, informative) indispensabili per compiere o mettere in pratica una scelta che da soli gli amministratori non sono in grado di prendere o di attuare.

Una volta deciso l’utilizzo di un processo inclusivo, in quale stadio del procedimento amministrativo va inserito il momento partecipativo? La risposta non è univoca. In base ai diversi contesti conviene, in alcuni casi, aprire il confronto pubblico quando cominciano a prendere forma le prime idee e, in altri, quando si è già arrivati a un progetto strutturato e definito. È importante, però, capire che cosa implica scegliere la prima o la seconda strada. La seconda linea d’azione presenta alcuni inconvenienti come la difficoltà di correggere una progettazione che è già piuttosto definita che porta le amministrazioni ad essere restie nel tornare indietro, perché questo significherebbe svalutare l’investimento effettuato fino a quel momento.

Per evitare questi inconvenienti, molti suggeriscono di avviare un processo inclusivo “il più presto possibile”. In questo modo gli interlocutori sono indotti a riflettere sul problema invece che a opporsi a una specifica soluzione. In una fase iniziale, possono inoltre emergere opzioni a cui nessuno aveva mai pensato prima: modi diversi di vedere i problemi, soluzioni creative e invenzioni. Quindi il mio consiglio è: se sei un amministratore pubblico e ti chiedi se è il momento di iniziare… Non titubare, fallo!

Laura Ciardelli, studentessa Com.pass

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