Partecipare per decidere

Amministrare con i cittadini si può”. Con queste parole di Luigi Bobbio, punto di riferimento per chi si occupa o si interessa dei processi decisionali dell’apparato statale, voglio iniziare il mio primo articolo per il blog del Compass. Cercherò, attraverso vari post, di dare credibilità a questa citazione: un percorso che spazierà dalle origini e dai limiti delle pratiche partecipative in Italia ai perché del  coinvolgimento dei cittadini nella progettazione degli interventi pubblici, dalle basi giuridiche ai metodi suggeriti per articolare un processo inclusivo, dalle leggi regionali sulla partecipazione all’analisi di alcune esperienze di policy-making inclusivo.

Non mi ritengo un’esperta di partecipazione pubblica ma credo nelle potenzialità dei metodi partecipativi nella gestione dei processi decisionali per produrre politiche pubbliche più soddisfacenti per noi cittadini e più funzionali ai nostri bisogni. Mi informerò e studierò per argomentare al meglio le mie opinioni a riguardo… Stay tuned e confrontiamoci (creativamente!).

Perché introdurre modalità partecipative nella gestione dei processi decisionali delle amministrazioni pubbliche?

“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Così si legge all’articolo 3 della nostra Costituzione, ma accade veramente così? Non credo.

L’attuale crisi della democrazia rappresentativa e la perdita di importanza e di capacità dei partiti di aggregare consensi e di orientare l’azione politica, dimostrano l’esistenza di enormi lacune tra il diritto sancito in questo articolo e la realtà dei fatti. Prendendo questo come punto di partenza, emerge l‘esigenza per le pubbliche amministrazioni di dare risposta alla sempre maggiore richiesta dei cittadini di essere responsabili in prima persona delle decisioni che riguardano la collettività.

Ecco quindi la necessità di produrre politiche pubbliche più condivise e di conseguenza di introdurre modalità innovative nella gestione dei processi decisionali. Il primo passaggio per praticare la strada del cambiamento dovrebbe essere quello di integrare nel tradizionale regime democratico fondato sulla forma elettiva maggioritaria i principi della democrazia deliberativa. Questa difficile modernizzazione della cultura amministrativa potrebbe provocare una conseguenza rilevante: accrescere la qualità democratica del nostro Paese. I meccanismi decisionali deliberativi infatti attribuiscono alla cittadinanza il ruolo di protagonista nella gestione della res publica ed essendo applicazione delle tecniche di gestione creativa del conflitto e di ascolto attivo, costituiscono le cornici per la risoluzione di conflitti, i quali caratterizzano da sempre la realizzazione di policy.

Quindi, perché non credere nei miglioramenti che potrebbero derivare dal connubio delle teorie della democrazia deliberativa con le forme della rappresentanza? Attuare processi partecipativi ha, sintetizzando, due tipi di vantaggi: riescono a dare risposte pertinenti ai decisori pubblici rispetto ai problemi che affrontano e accrescono il capitale umano a disposizione di una comunità capace di produrre sviluppo, innovazione e cambiamento anche all’esterno dell’arena partecipativa.

Ovviamente esistono dei limiti oggettivi alla messa in pratica di tali modalità, in primis, la cultura autoreferenziale della PA italiana, anche se qualcosa si sta muovendo; basti pensare all’esperienza legislativa della regione Toscana in ambito partecipativo dal 2007 ad oggi o alle attività connesse alla Legge 3/10 della regione Emilia – Romagna che concede dei contributi a sostegno dei processi partecipativi locali.

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