Please, press start up

Un lavoro “alternativo” in questo periodo di crisi del lavoro tradizionale? I giovani spesso, “premono” questo bottone. Con successo.

Ma cos’è una start up?
Con il termine start up si identificano le neo-imprese dove sono in corso alcuni processi organizzativi. Le start up sono la culla dei processi di base che faranno di una piccola impresa una grande impresa, come ad esempio lo studio del mercato per lanciare un determinato prodotto, o lo studio della struttura interna, una sorta di scheletro sul quale si dovrà appoggiare tutta la struttura futura di una impresa.

Creatività, spirito di iniziativa e volontà di mettersi in gioco sono caratteristiche che deve possedere chi sceglie di avviare un’attività. Ma non basta. Prima di partire con una start up, il futuro imprenditore deve valutare attentamente la validità e l’attuabilità dell’idea attraverso un piano strategico di impresa, il business plan, studiato con cura e nei dettagli.

Molte start up nascono da semplici idee, intuizioni che possono con un buon studio iniziale volgere in poco tempo a grandi imprese, ma per far questo è necessario anche trovare i giusti finanziamenti, investitori privati o pubblici che credono nell’idea.

Nell’attuale sistema economico, sono le start up l’unico motore di nuova occupazione, ed è per questo che i paesi dovrebbero dare la giusta importanza alle giovani idee del presente: sono i mattoni del futuro di un paese.

È cosi negli Stati Uniti. In Silicon Valley la chiamano exit. L’uscita. È quel fenomeno in cui i colossi hi-tech, come Google, Twitter e Facebook, comprano piccole e grandi start up innovative. Acquistano l’idea, la tecnologia e si assicurano il cervello di chi l’ha creata. Il fenomeno ha dimensioni enormi, si parla di 20 miliardi di dollari spesi ogni anno dalle 10 più grandi aziende, che nutre l’ecosistema della baia di San Francisco. Produce a ciclo continuo innovazione, ricchezza e posti di lavoro.

I fondatori delle start up sono liquidati con cifre a molti zeri e trattenuti nelle nuove società con contratti ricchi di incentivi che si chiamano golden handcuffs (manette d’oro), gli investitori prendono un moltiplicatore di 3-5 volte il capitale investito, i dipendenti sono assunti con nuovi contratti. In Italia, invece, il mercato delle exit è tutto da costruire. Qualcuno ce l’ha fatta, ma sono veramente troppo pochi. Gli altri, invece, vanno a San Francisco.

Ad esempio Loris Degioanni di 38 anni, immigrato per seguire la sua passione. Ha creato una start up tecnologica a Davis in California, partendo da zero. Zero competenze di business, zero soldi, zero finanziamenti dai venture capitalist. Ma con molto talento. L’ha fatta crescere per cinque anni con un professore come socio e l’ha venduta alla Riverbed, un’azienda quotata al Nasdaq, per 30 milioni di euro. Metà, li ha incassati il giorno dell’acquisizione nel 2010, l’altra metà gli sono stati dilazionati nei 24 mesi successivi. Tempo richiesto per trasferire tutto il proprio know how ai compratori. E pochi mesi fa è ripartito con una nuova start up. E un sogno. «Se la prima l’ho venduta, la seconda voglio portarla in borsa».

Ma se fosse rimasto in Italia cosa sarebbe successo?
«Ho chiesto al fondatore di Riverbed, Steve McCanne: a parità di condizioni (stessa tecnologia, stessi fondatori, stesso fatturato, stesso numero di dipendenti), se fossi stato a Cinisello Balsamo, mi avresti acquisito? La risposta è stata: no. C’è un discorso di accesso e connessione. Qui tutto succede in pochi giorni. La velocità è la base del business. Per vendere una start up devi avere un prodotto di qualità e qualcuno che lo compri. Avere un team tecnico e commerciale. Ma anche essere nel posto dove c’è il mercato che, per l’information technology, sono gli Stati Uniti».

Perché l’Italia è indietro?
In Italia ci sono tre ordini di problemi: mancano grandi aziende attive nelle nuove tecnologie. In secondo luogo, il nostro mercato finanziario è piccolo: la capitalizzazione di borsa è in media il 25% del PIL, contro il 110% negli Stati Uniti, così le opportunità per la quotazione sul mercato sono limitate. Infine, c’è anche un problema di mentalità: l’imprenditore italiano non vuole vendere per non perdere il controllo dell’azienda e così ne sacrifica il potenziale di crescita.

Consigli ai giovani per farsi comprare da un colosso?
Avvicinarsi fisicamente (almeno in parte) e strategicamente al mercato del potenziale acquirente. Leggere le loro offerte di lavoro. E poi mostrare di avere un buon team, ma soprattutto una strategia e una cultura d’impresa compatibile con quella del compratore. Bisogna avere una visione completa del business: social engagement, “do-it-yourself”, attitudine e capacità di lavorare in gruppi talentuosi.

Solo incentivando i giovani a “premere” il tasto start up, come nelle schermate principali dei video games, inizierà una “partita” che varrà la pena di essere giocata. La partita del lavoro, del nostro futuro.

David Spanò – studente Compass

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